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Effetti della crisi: Grecia (e altri) ci rimettono la salute

Chi perde il lavoro perde tutto. Salute compresa. Il conto che la Grecia sta pagando per arginare la crisi è salatissimo e per molti può rivelarsi mortale. La metà degli 1,2 milioni di cittadini rimasti disoccupati è oggi sprovvista di qualsiasi possibilità di accesso alle cure.

E questo è soltanto uno dei tanti effetti degli accordi per la riduzione della spesa pubblica siglati a partire dal 2010 tra il Governo e la troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale).

Accordi che pesano come un macigno anche sugli altri Paesi nella morsa dei vincoli finanziari imposti dall’alto: Spagna, Portogallo e Irlanda dal 2008 sono impegnati in manovre che incidono direttamente non solo sulla spesa ma anche sulle politiche sanitarie. La stretta va dalle misure sulla farmaceutica alla razionalizzazione dei posti letto ospedalieri.

Se le strategie adottate in Grecia hanno comportato nel complesso una riduzione del 25% della spesa sanitaria, pari a circa 9 miliardi di euro, la Spagna spinge l’acceleratore sulle privatizzazioni: il piano di governo della Comunidad de Madrid, a esempio, prevede che un ospedale un tre e un “Centro de salud” ogni dieci strutture per l’assistenza territoriale siano affidati a società private. I portoghesi si sono visti raddoppiare la tariffa per una visita dal medico di base e il 31 gennaio scorso, come augurio di buon anno, hanno ricevuto dal ministero della Salute l’invito a «non ammalarsi». In Irlanda, unico Paese europeo che non offre la copertura universale per le cure primarie, i due terzi della popolazione le pagano di tasca propria, visite dai generalisti e ricette comprese.

Il caso Inghilterra. Non solo “pigs”: in Inghilterra la contestatissima riforma del mitico Nhs entrerà in vigore dal prossimo 1° aprile. Anche qui, la cura per il servizio sanitario è senz’altro “dimagrante”: piena apertura ai privati e regionalizzazione dei Lea ridurranno, temono medici ed esperti del settore, accessibilità ed equità dell’assistenza. Profezia già in gran parte avverata nei Paesi del Mediterraneo dove le riforme sono già realtà.

Il caso Grecia. E qui si passa alle note dolenti, raccontate dalla cronaca quotidiana – anche oggi Atene è paralizzata da scioperi e mobilitazioni – e dai dati. In Grecia l’austerity imposta dall’esterno, tradotta in tagli lineari che non hanno tenuto conto dei contemporanei effetti della crisi -perdita del lavoro, sfratti, difficoltà di accesso ai prestiti bancari, rapido esaurimento dei “tesoretti” risparmiati dalle famiglie – sta avendo effetti nefasti sulla salute della popolazione. Fisica e psichica. Basterebbe un dato su tutti: l’aumento esponenziale del tasso di suicidi, arrivato al 40% proprio nel Paese europeo che virtuosamente, prima del crollo finanziario, registrava i valori più bassi. Ancora nell’ultima indagine sulla qualità della vita in Europa realizzata da Eurofound la Grecia si piazza ai primi posti – generalmente seconda è l’Italia – nella classifica delle difficoltà di accesso ai dottori. I più colpiti sono i malati cronici e le categorie a rischio. Emblematica, come ha denunciato The Lancet in un articolo dell’ottobre 2011, l’impennata delle infezioni da Hiv dovuta ai tagli sui servizi per le dipendenze e alla crescita della prostituzione e dei rapporti non protetti.

L’analisi di Eurohealth. L’ambiguità delle ricette dall’alto. Dati drammatici che rivelano l’ambiguità della situazione. Perché – come emerge dall’ultima foto scattata dal bollettino Eurohealth dell’Osservatorio europeo sui sistemi sanitari – proprio le ricette imposte dall’alto hanno in realtà amplificato gli effetti della recessione e innescato una spirale perversa. L’aumento della disoccupazione ha generato una maggiore richiesta di accesso al sistema pubblico proprio mentre i budget sanitari venivano tagliati insieme con gli stipendi della massa degli operatori e la massa dei contributi si riduceva.

Gli approcci seguiti – segnala ancora l’Osservatorio europeo – derivano da un equivoco di fondo: considerare l’equilibrio dei conti pubblici come un obiettivo in sé da raggiungere a qualsiasi costo piuttosto che come un parametro da rispettare. E dunque autorizzare la troika a intervenire direttamente nelle politiche sanitarie nazionali. Al contrario – è il monito conclusivo – le scelte dovrebbero basarsi sulla valorizzazione del sistema sanitario nell’ottica di massimizzarne le prformance, piuttosto che sull’identificazione delle aree in cui i tagli possono essere più facilmente realizzabili.

Il Sole 24 Ore – 21 febbraio 2013

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