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Gli effetti di quota 100. Statali in fuga, scoperti fino a centomila posti. Assunzioni ferme al palo. Cattedre vuote e ospedali sguarniti le prime emergenze da affrontare

Al momento dell’approvazione di Quota 100, il governo aveva stimato che entro fine 2019 circa 290 mila italiani avrebbero approfittato della possibilità di lasciare il lavoro in anticipo grazie al nuovo canale. Di queste uscite aggiuntive circa un terzo, 100 mila, si riferivano a dipendenti pubblici. Una cifra che si aggiunge a quella dei pensionamenti che scattano comunque con le regole previdenziali già in vigore. Questo vuol dire che a fine anno ci potrebbero essere decine di migliaia di posti potenzialmente scoperti in vari settori della pubblica amministrazione, inclusi quelli che sono a diretto contatto con i cittadini. Nel corso di un’audizione sul decretone (il provvedimento che contiene le novità previdenziali e quelle relative al reddito di cittadinanza), Cgil, Cisl e Uil hanno parlato del rischio che sia compromessa «la garanzia di servizi essenziali».
Anche se in questa fase è difficile dare numeri precisi, l’allarme esiste ed è ben noto, non solo ai sindacati. Lo stesso governo nelle fasi preparatorie del provvedimento aveva inserito una norma specifica, il preavviso di sei mesi che i dipendenti pubblici devono dare (a differenza dei privati) se vogliono sfruttare il canale di Quota 100. Un lasso di tempo che dovrebbe servire allo Stato proprio per organizzare la sostituzione di chi ha lasciato il servizio, ed evitare di trovarsi in situazione di scopertura. L’esecutivo inoltre ha confermato – sul piano finanziario – il ripristino del turn over pieno, ovvero della possibilità riconosciuta a partire dal 2019 di rimpiazzare il 100 per cento dei lavoratori in uscita (dopo che per anni la percentuale era stata tagliata per garantire risparmi al bilancio dello Stato). Sulla carta, questo meccanismo dovrebbe garantire una gestione non traumatica della situazione; nella realtà però ci sono alcuni fattori importanti di cui tener conto. Il primo è il principio generale – inserito nella Costituzione – per cui nella pubblica amministrazione si entra per concorso; e i concorsi hanno bisogno di tempo per essere organizzati e portati a termine. Il secondo è l’inevitabile sfasamento temporale con cui si potrà procedere al rimpiazzo: il turn over totale di quest’anno si riferisce alle uscite del 2018, che naturalmente non comprendevano Quota 100. Infine, tra le norme concordate lo scorso dicembre con l’Unione europea c’è anche il rinvio al 15 novembre di tutte le assunzioni previste per quest’anno nello Stato centrale, cosa che garantisce allo Stato un risparmio quantificato in circa 200 milioni.
I PRECARI
Così durante l’esame del decretone in Senato il governo ha provato a correre ai ripari, facendo approvare sotto forma di emendamenti una serie di deroghe e corsie preferenziali. La prima riguarda la scuola: viene stabilito che nel prossimo concorso utile siano valorizzati i periodi di servizio già svolti negli istituti scolastici, che varranno il 50 per cento del punteggio attribuito ai titoli. Un modo per favorire chi già insegna. Nel settore della giustizia sono accelerate le procedure di reclutamento – anche in questo caso con un occhio di riguardo per i precari – ed è inoltre prevista la possibilità di assumere 1.300 persone già al 15 luglio (in anticipo quindi rispetto alla scadenza di novembre). Per Regioni ed enti locali la possibilità di sostituzione dei dipendenti in uscita diventa più concreta, perché le amministrazioni interessate avranno la facoltà di includere nei propri fabbisogni anche chi lascia il servizio quest’anno e non solo i pensionati del 2018. E c’è anche una norma specifica sull’utilizzo delle graduatorie concorsuali per l’accesso al pubblico impiego: relativamente ai concorsi banditi a partire da quest’anno, le graduatorie potranno essere usate non solo per la copertura dei posti messi a concorso ma anche per quelli che si rendono disponibili perché i vincitori non si presentano o cessano successivamente il rapporto di lavoro.
I CORRETTIVI
Sono meccanismi correttivi che potranno dare una mano, ma a detta degli stessi sindacati non saranno sufficienti a scongiurare una paralisi delle assunzioni. La situazione si farà un po’ più chiara verso l’estate: è fissata ad agosto la prima finestra di uscita per i dipendenti pubblici, quelli che avevano già maturato i requisiti al momento dell’entrata in vigore del decretone.

Cattedre vuote e ospedali sguarniti le prime emergenze da affrontare

ROMA Scuola, sanità, giustizia. I settori in cui si potrebbero manifestare in modo più evidente le carenze di organico legate alle uscite di Quota 100 sono anche quelli che hanno un impatto più diretto sulla vita dei cittadini. Il fatto è che le novità in materia previdenziale si inseriscono in un quadro già di per sé problematico: la pubblica amministrazione è stata interessata per almeno un decennio da politiche di contenimento dei costi che si sono concentrate oltre che sulle retribuzioni dei dipendenti (con il blocco dei contratti) anche sulla possibilità di rimpiazzare quelli che lasciavano il servizio. Il risultato inevitabile è stato l’aumento dell’età media, accompagnato dalla crescente difficoltà ad intervenire proprio sui punti di maggior sofferenza.
GLI INFERMIERI
Uno di questi è sicuramente la sanità. Nei giorni scorsi hanno lanciato l’allarme le organizzazioni dei medici, con Anaao-Assomed che calcola 23 mila uscite nel prossimo triennio: 18 mila attraverso i canali normali e circa 4.500 con Quota 100 (meccanismo che penalizza particolarmente i dirigenti medici a causa del divieto di cumulo e della riduzione dell’assegno). Per quanto riguarda gli infermieri, Fnopi (Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche) nell’autunno scorso aveva parlato addirittura di 39 mila lavoratori teoricamente in grado di sfruttare già quest’anno la nuova forma di prepensionamento. Ma anche se – come probabile – i numeri effettivi saranno significativamente minori, va ricordato che incideranno comunque su una situazione delicata, caratterizzata già da carenza di organico. E in campo sanitario, la possibilità di provvedere alle assunzioni è ulteriormente compromessa, in diverse Regioni, dalla necessità di rispettare i vincoli previsti dai piani di rientro dal disavanzo.
Per la giustizia è stato lo stesso esecutivo a quantificare in oltre 7 mila i dipendenti che matureranno quest’anno il diritto a Quota 100; nei tre anni si arriverebbe a quasi 11 mila. Aggiungendo le uscite ordinarie, i posti scoperti arriverebbero ad oltre 20 mila, ovvero quasi la metà dell’organico degli uffici giudiziari. Per questo al settore è stato dedicato un apposito intervento normativo approvato al Senato nel corso dell’iter di conversione del decretone. La mancanza di personale della giustizia ha ovviamente un impatto diretto sulla durata dei processi, con inevitabili conseguenze negative per i cittadini.
Sul fronte enti locali, oggi l’Anci, ascoltata in commissione alla Camera, confermerà la propria stima di 50 mila dipendenti comunali che nel corso del triennio raggiungeranno i requisiti di 62 anni di età e 38 di contributi. Anche per i Comuni i correttivi al decretone potranno forse alleviare la situazione; ma in particolare nei centri piccoli la riduzione anche temporanea del personale ha comunque un effetto sui servizi offerti alla cittadinanza.
LA SCADENZA
Infine c’è il capitolo scuola, che tradizionalmente sperimenta problemi specifici a settembre, al momento di dare inizio ad un nuovo anno. La conta delle domande per Quota 100 si è già fermata, visto che il termine era fissato alla fine di febbraio. Gli interessati sono circa 17 mila, la grande maggioranza dei quali docenti. Bisognerà sostituire anche loro, ma c’è un problema in più: il progressivo passaggio della competenza sulle pratiche di pensionamento dall’amministrazione scolastica all’Inps, impegnata a ricostruire la posizione previdenziale dei dipendenti. Il cumulo di lavoro portato dalle nuove regole previdenziali creerà una situazione di forte incertezza: da una parte insegnanti e altri dipendenti potrebbero vedersi respingere le domande di uscita, ma dall’altra se queste venissero accolte ad esempio nel mese di agosto allora non si farebbe in tempo a immettere in ruolo i sostituti e tutti i posti scoperti produrrebbero nelle classi altrettante supplenze, con evidenti riflessi sull’attività scolastica dei ragazzi.

Il Messaggero

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