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Gli impianti di macellazione e di sezionamento carni: un nuovo fronte Covid 19 e una sfida di sanità pubblica e di medicina preventiva

La notizia dell’ultima ora è quella di un importante focolaio in un impianto per macellazione e lavorazione di polli a Norfolk, UK, impianto con una capacità di circa 650.000 animali macellati a settimana, dove 75 su circa 350 dipendenti sono risultati casi positivi a Covid-19.  Questo è il 40° caso che si registra in UK, e ha comportato misure di chiusura della parte di stabilimento a maggiore “positività”, il laboratorio di sezionamento. Da qui l’importanza di caratterizzare i fattori di rischio ambientali, gestionali e strutturali al fine di orientare i provvedimenti sanitari.

Ormai si può parlare di evidenze scientifiche consolidate sul fatto che gli impianti di macellazione e annessi stabilimenti di sezionamento rappresentino importanti focolai di disseminazione di Covid 19 in contesti non sanitari, con clusters che si estendono anche al settore familiare ormai in tutte le parti del mondo. Da qui l’opportunità di approcci ispirati alla medicina “globale” e “olistici”.

Come già rappresentato su questo sito in precedenti redazionali, tali focolai ultimamente sono fatti oggetto di particolare attenzione da parte del Governo della Repubblica Cinese, che sta limitando o bloccando l’importazione di alimenti da quegli stabilimenti che non siano “Covid-Free” e non si siano dotati di un sistema di prevenzione, che comporta anche la provenienza di animali da macellare da aree a bassa circolazione virale, e l’esecuzione regolare di sorveglianza attiva nelle varie fasi del processo, sia sugli operatori, che sulle superfici, impianti e filtri del sistema di aerazione  e condizionamento, e non da ultimo sull’alimento e connesso “packaging alimentare”.

Ormai il concetto di sicurezza alimentare per Covid-19 è superato da una considerazione più ampia che riguarda la sostenibilità di tali impianti di macellazione, anche in termini di costi ambientali, sociali, e di etica del lavoro. Risolvere il problema dicendo che Covid-19 al momento non ha evidenze di trasmissione alimentare vorrebbe dire eludere il problema generale posto dalla corrente pandemia: verificare se le attività produttive dell’alimento oggi siano “rispettose” dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile e promuovere filiere alimentari innovative che sappiano conciliare food safety e food security – inclusi i requisiti nutrizionali – con l’utilizzo sostenibile delle risorse ambientali.

Una sfida culturale per la sanità pubblica veterinaria che richiederà nel futuro di sicuro un  riposizionamento delle competenze tecnico-scientifiche, sfida che non sembra essere pienamente raccolta. Un dato di fatto:  i casi di contagio Covid-19 nel settore della carne rossa in Germania hanno determinato un calo di vendite del 30%, non tanto per i supposti rischi di sicurezza alimentare, quanto per l’aver fatto emergere le condizioni produttive e lavorative dei grandi impianti industriali di macellazione, che ricorrevano al dumping salariale. A questo possiamo aggiungere le evidenze epidemiologiche sulla associazione tra consumo di carne rossa e carico di malattie cardiovascolari, sottolineate dal gruppo di lavoro della rivista scientifica Lancet, che non a caso fa riferimento ai 17 obiettivi di sviluppo sostenibile promossi dall’ONU.

Ritornando ai focolai in ambito di impianti di macellazione, l’esame delle evidenze scientifiche fornite dai casi studio ormai numerosi e puntualmente illustrati in questo sito, evidenziano la necessità di approcci che tengano conto di struttura, gestione, e ambiente. Tali fattori possono variare da impianto a impianto e quindi è richiesta una linea guida per capire quali possano essere i principali punti critici in ogni impianto e quali le azioni preventive e correttive orientate sul rischio per evitare ricadute. Negli Stati Uniti, ad esempio, non è stato infrequente che impianti che avevano riaperto dopo essere stati messi in lock-down per importanti focolai di Covid-19, abbiano dovuto richiudere per “ricadute”. Una situazione che di sicuro non farebbe onore al sistema sanitario nazionale.

A tale proposito, è stato recentemente condivisa  con il gruppo tecnico interregionale sicurezza sul lavoro cui partecipa la Regione Veneto, una proposta di attività nazionale, dopo un breve passaggio in ambito Comitato Tecnico Scientifico, che si basa su una check list “maturata” sulla base dell’esperienza pioneristica del Dipartimento di Prevenzione dell’ASL di Bari sul caso studio nell’impianto di macellazione di Palo del Colle, e di suggerimenti acquisiti da colleghi veterinari, e che vede la collaborazione inter-istituzionale di INPS, INAIL e ISS. Tale proposta risulta essere stata illustrata anche al Comitato Tecnico Scientifico.

L’idea di base è quella di sviluppare in chiave preventiva una sorveglianza “sindromica” basata sulla disponibilità di dati produttivi, economici, assistenziali, lavorativi e non da ultimo sanitari. L’attuatore privilegiato è identificato nel Dipartimento di Prevenzione dei servizi sanitari territoriali.

La check-list, che viene mantenuta viva dalle nuove evidenze scientifiche e di “policy”  che si presentano, può essere  propedeutica ad approfondimenti sierologici, genomico/virologici/antigenici.  A tale scheda possono essere affiancate informazioni che via via si possono rendere disponibili, quali:  a) denunce per Covid-19  pervenute a INAIL da parte dei medici competenti dei settori interessati – Codici Ateco 10.1; b) giorni in eccesso di malattia registrati da INAIL nel 2020; c) dati produttivi e occupazionali di comparto, unitamente all’andamento dei prezzi.

Obiettivo primario della attività: caratterizzazione dei fattori di rischio strutturali, ambientali, e gestionali presenti negli impianti ai fini della prevenzione del contagio Covid-19 in ambiente di lavoro e dei potenzialmente connessi casi secondari familiari.

Obiettivi secondari della attività scientifica: a) fornire uno strumento di valutazione per medici competenti, Servizi di prevenzione del territorio, e per le aziende del settore, che permetta l’identificazione delle misure di prevenzione più efficaci nel singolo contesto produttivo; b) raccogliere dati che si possano tradurre in informazioni basate sull’evidenza per la gestione del rischio.

In tale contesto è interessante fare notare come le positività ai test sierologici laddove differenziate per classe di IgM e IgG, possano fornire informazioni aggiuntive rispetto ai saggi molecolari e (RT-PCR) e antigenici rapidi (di recente validazione in termini di specificità e sensibilità su pazienti Covid-19 da parte dell’Istituto nazionale di riferimento per le malattie infettive “Spallanzani”) .

Il depistaggio sierologico, infatti è in grado di indicare la “maturità” del contagio, sapendo che la risposta IgM è solitamente più precoce di quella IgG, e che tende progressivamente a decadere prima del titolo IgG. Inoltre, i livelli di titolo IgG possono aiutare a differenziare situazioni asintomatiche da situazioni cliniche, in quanto è noto che le maggiori sieroconversioni si hanno quanto più è conclamata e grave la sintomatologia (un esempio: la plasmaferesi riconosce come donatori i pazienti che sono convalescenti da forme gravi di Covid-19, in seguito ad ospedalizzazione).

In situazioni di diffusione di contagio “mature” le sieropositività progressivamente raggiungono circa il 25% della forza lavoro.

Da qui la opportunità/necessità di incrociare tra loro depistaggi sierologici e molecolari/antigenici per capire la reale estensione anche temporale del contagio, e se si possa riconoscere qualche “reparto” nella linea produttiva a più alta incidenza di contagio.

Tali informazioni vanno finalizzate alla comprensione  di una “persistenza” ambientale del virus e sua diffusione, ad esempio legata agli impianti di raffreddamento/convezione aria, su cui gli esperti cinesi mettono molta attenzione, richiedendo l’esame regolare dei filtri degli impianti di condizionamento/ventilazione. Oppure alla mancata implementazione e applicazione delle misure di distanziamento e igiene,  previste in ambito lavorativo per Covid-19, che risultano più stringenti per quelle attività non sottoposte a lock-down.

Questi aspetti sono oltremodo importanti:  in alcuni contesti è possibile la generazione di aerosols, che per la dimensione delle particelle richiedono dispositivi di protezione individuale specifici, e che richiedono misure di distanziamento ben differenti da quelle previste per l’emissione dei droplets.  Nei macelli tedeschi hanno stimato una diffusione fino a 8 metri di distanza delle particelle virali in ambienti caratterizzati da temperature basse ed alta umidità. In questo l’elevato rumore in alcuni settori può comportare la necessità di alzare la voce per comunicare. Il canto e il grido, generano areosols a livello di corde vocali per le proprietà tensioattive dei liquidi fisiologici che le umettano. In tale contesto, la Germania ha recentemente emanato delle nuove disposizioni che riguardano i macelli industriali, che saranno fatte oggetto di un prossimo approfondimento, anche come risposta di adeguamento per superare il blocco commerciale di alcune partite di carne da parte della Repubblica Popolare Cinese provenienti da Impianti che sono stati focolai Covid-19.

La situazione che si è venuta a determinare in Veneto nell’impianto di Treviso per alcuni aspetti è abbastanza inaspettata a livello nazionale e regionale:  Il focolaio si è sviluppato  a circolazione virale “attenuata” rispetto al picco epidemico regionale, quando ormai era consolidata la conoscenza dei fattori di prevenzione; la Regione Veneto aveva già emanato delle linee guida regionali sugli impianti di macellazione e avviato un depistaggio sierologico in territorio veronese da parte dell’Usl Scaligera sugli impianti sempre avicoli, senza che ci fossero evidenze, anche se è stata riferita una qualche difficoltà nell’adesione alla proposta di depistaggio sierologico in alcuni impianti a più elevata capacità. Il ristretto intervallo temporale in cui sono stati evidenziati i contagi nel trevigiano, l’elevata percentuale di positività, e il possibile contagio di altre categorie produttive che condividono lo stesso territorio possono suggerire o la presenza di elevate cariche virali e condizioni ambientali/gestionali favorenti un rapido contagio, oppure la presenza pregressa dell’infezione, anticipabile a qualche mese  prima. In questo, la mancata identificazione del caso indice costituisce un vulnus di conoscenza.

close up of poultry processing in food industry

Da qui la necessità di approfondimenti sulle cause dell’ “outbreak” trevigiano  e la necessità di potere confrontare anche metodologicamente i risultati con analoghe situazioni: esami sierologici e molecolari sono richiesti, specie in contesti di persone infette ma asintomatiche.  Ricordiamo il grande dibattito sulla validità dei test RT-PCR in persone asintomatiche effettuati a distanza dal momento del contagio, visto che tali test sono stati, a differenza di quelli sierologici, sviluppati e testati per sensibilità e specificità, prevalentemente su casi sintomatici. Sarà molto interessante acquisire i risultati della validazione preliminare dei test antigenici “rapidi”, trasmessi dall’Istituto Spallanzani al Ministero della Salute, specie per quanto riguarda la provenienza dei campioni utilizzati per la validazione (soggetti sintomatici vs soggetti asintomatici), e il confronto con i famosi CT della RT-PCR.  Su soggetti asintomatici la comparazione tra RT-PCR e saggi antigenici rapidi e saggi sierologici può valere la pena sia approfondita ulteriormente e nella Marca Trevigiana di sicuro c’è l’opportunità di fare questo e di metterlo a disposizione della comunità scientifica, imprenditoriale e dei cittadini, a tutela della salute pubblica e di un accesso sicuro alla risorsa alimentare. In tale senso  è di stimolo e proposta la lettera indirizzata dal Sivemp Veneto ai direttori generali e sanitari, che risulterebbe essere stata acquisita anche a livello di Ministero della Salute e per cui è possibile anche un interessamento del Comitato Tecnico Scientifico per la rilevanza nazionale del caso.

Allegati:

Linee guida PRC per la prevenzione COVID 19 a livello di impianti di macellazione (in lingua originale)

Editoriale del British Medical Journal sulla rilevanza degli impianti di macellazione nella diffusione pandemica

Bozza della check list sugli impianti di macellazione in discussione sul tavolo tecnico inter-regionale  sicurezza sul lavoro

(riproduzione ammessa solo citando la fonte – testo raccolto a cura della redazione)

27 agosto 2020

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