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Gli oceani diventano bollenti e i pesci fuggono dall’Equatore. La ricerca: molte specie cercano acque più ospitali. È uno sconvolgimento degli habitat: non accedeva da milioni di anni

Carlo Grande. Gli oceani diventano sempre più caldi, l’ossigeno nelle acque diminuisce (e continuerà a scendere), costringendo molte specie ad emigrare a Nord e Sud, verso i Poli e lontano dall’Equatore: già lo fanno a una velocità di 7-8 km l’anno, cioè a una velocità 10 volte superiore a quella degli animali terrestri.

Lo dicono molte ricerche statunitensi, tra le quali una pubblicata da «Nature Climate Change». Un team internazionale di scienziati ha analizzato 13 mila specie di pesci, invertebrati e altri organismi marini, certificando gli ennesimi danni che l’effetto serra, causato dall’immissione nell’atmosfera di CO2 da parte degli umani, sta producendo sull’ambiente: pesci e coralli, ad esempio, stanno abbandonando l’Equatore; altri scienziati, invece, si sono concentrati su specie come il merluzzo dell’Atlantico e il granchio di scoglio.

I ricercatori hanno registrato le temperature più calde e quelle più fredde dell’ambiente nel quale le specie sono state osservate e, se il futuro sarà come il passato, dicono, ogni specie cercherà di muoversi per raggiungere e mantenere la loro «nicchia termica». Il paradosso è che la fascia ecologica equatoriale sta diventando una specie di pentola in ebollizione, che allontana le specie animali e vegetali: in acque più calde il metabolismo dei pesci cambia e aumenta di pari grado. Gli animali hanno bisogno di più cibo e di più ossigeno e quindi emigrano: lasciano le acque troppo calde, che li sottopongono a uno stress eccessivo, e raggiungono habitat più temperati, che accelerano tutti i loro parametri vitali.

Il viaggio sarà più facile per alcuni animali e meno per altri, dice lo studio: alcuni riusciranno a nuotare nell’oceano aperto per fuggire alle acque troppo calde, altre incontreranno sul loro percorso acque troppo profonde o terre emerse, che bloccheranno loro la strada.

Un esempio significativo di questi cambiamenti già in atto? Nel Nord del Maine le aragoste si sono moltiplicate fino all’inverosimile. I dati della Commissione marina per la pesca negli Stati sull’Atlantico sono incontrovertibili: hanno raggiunto un livello record. A Sud, lungo la costa, le cose cambiano: nel New England la presenza di aragoste è crollata, gettando in rovina molti pescatori.

Queste ricerche rappresentano un passo avanti importante per comprendere quale sarà la salute degli oceani in futuro, che così tanto influenzerà la vita dell’uomo. Gli studiosi, infatti, hanno anche confrontato la biodiversità attuale di ogni singola regione degli oceani con quella che sarà nel 2100: i Tropici perderanno una parte sostanziale di specie e nessun’altra andrà a sostituirla. Le specie che emigrano verso i Poli, in compenso, daranno vita ad ecosistemi misti quali non si sono mai avuti negli ultimi milioni di anni. Se metti le specie in un frullatore, dicono, non puoi sapere quali saranno gli effetti e quali combinazioni di specie si verificheranno.

Naturalmente gli scienziati devono ancora scoprire molti aspetti di questi cambiamenti, poiché, ad esempio, un’altra ricerca rivela come le creature che vivono in ambienti meno circoscritti possano sopravvivere meglio di altre. Ma, insomma, i dati sul campo e le simulazioni al computer sono chiare e il quadro è fosco. Riguarda ovviamente anche gli umani, così legati alle risorse degli ecosistemi: il riscaldamento globale, che procede a un ritmo elevato, cambia la vita negli oceani e quella degli uomini come mai è accaduto in milioni di anni. La siccità in California e in alcuni Stati centroamericani come Porto Rico sta mettendo a dura prova le riserve idriche e non è un caso che le guerre in Medio Oriente siano particolarmente cruente intorno ad aree intorno alle grandi dighe. L’Isis e le superpotenze internazionali lo sanno bene e le migrazioni di massa dovrebbero far riflettere anche su scala globale.

Effetto tropici tra le onde. Così il Mediterraneo si trasforma

Ferdinando Boero. Alcuni ricercatori hanno prodotto un modello che considera le temperature ottimali di molte specie marine e le loro distribuzioni conosciute. Si prevede che le specie amplieranno o restringeranno le loro distribuzioni a seconda delle preferenze.

Le temperature aumentano? Allora, le specie tropicali amplieranno le loro distribuzioni. Quest’anno, la temperatura del nostro mare è arrivata a 30 gradi. Ai Tropici è 28. Tutte le specie tropicali si stabiliranno da noi? Basta guardare. Il Mediterraneo si sta tropicalizzando: le specie tropicali arrivano e si stabiliscono. Ne sono arrivate 700.

Di solito entrano da Suez e, ora che il Canale è raddoppiato, è facile che ne arrivino molte altre. Ma è molto difficile prevedere quali. Nel Mar Rosso, l’anticamera del Canale di Suez, ci sono state esplosioni demografiche di una medusa tropicale (si chiama Cephea) assente in Mediterraneo. Visto che ce ne sono tantissime nel Mar Rosso, è facile pensare che qualcuna potrebbe arrivare da noi e, visto che la temperatura è ottimale, vi si potrebbe stabilire. Ma non è così semplice.

Nel Mediterraneo orientale sono arrivate, attraverso Suez, due meduse tropicali. Hanno necessità termiche identiche, ma una è passata anche nel bacino occidentale, arrivando sino in Spagna, mentre l’altra è rimasta confinata nel bacino orientale. Non basta la temperatura per prevedere quel che succederà. Bisogna saperne di più.

Certamente è utile avere modelli che ci avvertano della probabilità che le cose cambino. Però è ancora più importante osservare e vedere cosa realmente avviene. L’osservazione reale, però, è sempre meno incentivata. Nelle stazioni di biologia marina, infatti, i ricercatori sono sempre più intenti a realizzare modelli che a guardare quel che avviene. Con il rischio di produrre modelli che prevedono quel che già sta avvenendo sotto il nostro naso (come in questo caso).

Abbiamo bisogno di una rete di osservatori che tenga sotto controllo il mare. L’Italia ospita la prima stazione marina del mondo, la Stazione Zoologica «Anton Dohrn» di Napoli: abbiamo tutte le carte in regola per mettere a punto una rete di osservazione del mare, affiancando la pratica alla teoria. è un’occasione da non perdere. Università del SalentoCnr-Ismar

La Stampa – 7 settembre 2015 

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