Le industrie farmaceutiche hanno messo l’Europa nei guai, tra ritardi e consegne ridotte. Come intende uscirne l’Europa? Finanziando le industrie. Il piano è in evoluzione, ma il commissario al Mercato interno Thierry Breton, ex manager, fortemente sostenuto da Macron e sostenitore a sua volta dei «campioni industriali europei», ha già avviato gli incontri. Prima, lunedì, con la cancelliera tedesca e le aziende farmaceutiche. Poi, martedì, con l’Eliseo, per la versione francese del rendez-vous. L’obiettivo condiviso, fa sapere il gabinetto del commissario, è di «affiancare e incoraggiare un aumento della produzione industriale di vaccini in Europa». In una ennesima versione del duo franco-tedesco, i governi di Parigi e Berlino corrono davanti agli altri, anche per gestire il malcontento della propria opinione pubblica sui ritardi nelle vaccinazioni. Ma Breton sta ora sondando le capacità produttive di ciascun paese. Il modello di riferimento è la partnership, stretta a fine gennaio, tra la francese Sanofi, che non è riuscita finora a produrre un proprio vaccino, e BioNTech, per contribuire a produrre 125 milioni di dosi Pfizer. Ma il piano di Bruxelles è più ampio. «I governi e la Commissione si stanno mobilitando assieme al mondo dell’industria per aumentare in fretta le nostre capacità produttive» dice Breton stesso, che invoca «una forte collaborazione pubblico-privato».

Oggi Breton ha preso parte all’incontro coi rappresentanti degli stati membri a Bruxelles, e ha confermato di voler sondare le potenzialità di produzione di ciascuno. Sul tavolo dei governi, per l’occasione, è arrivata anche la lettera firmata dalla presidente della Commissione europea e dalla presidenza portoghese. «Siamo orgogliosi dell’industria farmaceutica europea: è all’avanguardia e sviluppa e distribuisce vaccini in tutto il mondo. Con l’appoggio degli stati, la Commissione potrebbe stanziare tutti i mezzi necessari per soddisfare i nostri bisogni di vaccini». Bruxelles formula alcune ipotesi concrete: «Attrezzare o riconvertire fabbriche già esistenti, costruirne di nuove, favorire accordi tra i produttori». L’esempio preso a modello è quello di Sanofi, e pure di Novartis, che sulla stessa scia ha firmato un accordo per fornire capacità produttiva al vaccino Pfizer-BioNTech usando i suoi stabilimenti in Svizzera.

ALTRI FONDI A BIG PHARMA

Anche se l’invito di Bruxelles è ai governi, e non si esclude che siano questi stessi a contribuire con loro fondi per sostenere le coproduzioni, l’esecutivo Ue indica esplicitamente l’idea di usare i fondi europei. «Il bilancio comune appena concordato si presta in vari modi a essere usato per finanziare questi progetti», dice la Commissione, che vuol «rafforzare la cooperazione pubblico-privato». Insomma, dopo aver già finanziato la ricerca e lo sviluppo dei vaccini, e aver acquistato le dosi, che però non arrivano come dovrebbero, Bruxelles propone di foraggiare con altro denaro pubblico le aziende farmaceutiche, comprese quelle con le quali i contratti sono in corso. Non finisce qui: alcune linee di finanziamento che potrebbero essere sfruttate per sovvenzionare le aziende, come ad esempio “InvestEu”, riguardano sia il bilancio ordinario che i fondi extra di ristoro europeo. In poche parole, i governi potrebbero prevedere nei loro piani di Recovery di dar soldi alle aziende per produrre vaccini. «Va a finire che diamo soldi a quelle stesse corporation che ci stanno dilazionando o tagliando le dosi», dice l’europarlamentare belga Marc Botenga. «Sarebbe come cedere a un ricatto». Botenga, noto per essere tra gli iniziatori della campagna per la liberazione dei brevetti, interpreta l’iniziativa di Bruxelles come un modo per evitare un altro scenario, e cioè quello annoverato dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel durante lo scontro con AstraZeneca: licenze obbligatorie o liberazione del brevetto.

Eppure, le condizioni politiche sono cambiate: quella “opzione nucleare” guadagna sempre più consenso. «Persino parte della destra sta considerando appetibile l’idea di liberare il brevetto: si rende conto che dalle vaccinazioni dipende la ripresa economica» dice Botenga, del gruppo della sinistra europea. Che l’ipotesi sia politicamente matura lo conferma Brando Benifei, capodelegazione Pd al parlamento europeo: «Nell’incontro a porte chiuse con von der Leyen, al quale chiediamo che segua una sua partecipazione pubblica alla plenaria, ho fatto presente questa soluzione: liberare i brevetti. E non solo io, ma con me tanti esponenti socialdemocratici, compresi alcuni eletti tedeschi, in coalizione di governo con Merkel». Per la Commissione continua a essere uno scenario da evitare: anche se von der Leyen è elusiva sul tema per non alimentare scontento, un funzionario della Commissione conferma che per Bruxelles «il regime di proprietà intellettuale non è il problema ma semmai parte della soluzione».