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Gli stipendi degli italiani sono fermi. E perdono il loro potere d’acquisto. Bisogna intervenire subito sul cuneo fiscale

Per alcuni il sogno è avere gli stipendi di Paolo Scaroni (Eni, 6,7 milioni nel 2012, tutto compreso) o di Flavio Cattaneo (Terna, 2,4 milioni) o di Massimo Sarmi (Poste italiane, 1,5 milioni). Per altri avere un lavoro dignitoso, anche con buste paga molto più modeste. Di questi tempi si parla molto degli stipendi dei dirigenti e top manager italiani, pubblici e privati, mettendo in ombra le vere retribuzioni degli altri italiani.

A gettare una luce statisticamente rilevante, ci prova l’Indagine numero 17 realizzata dalla società specializzata Od&M (Gi Group), il cui ultimo Rapporto elabora quasi 400mila buste paga (388.594 profili retributivi, per l’esattezza) di dipendenti privati (dirigenti, quadri, impiegati ed operai) raccolte nell’arco del quinquennio 2009-2013. Si tratta di dati che parlano da soli. Dal punto di vista nominale, gli stipendi sono cresciuti, anche se di poco, ma ci ha pensato l’inflazione, anche se ora è bassa, a metterne in riga il potere d’acquisto, oltre naturalmente al carico fiscale e contributivo. Nei cinque anni considerati (2009-13) i dirigenti hanno visto lievitare le loro retribuzioni del 6,3%, i quadri del 4,6% , gli impiegati 9,2% , gli operai dell’8,2%.

Ma l’inflazione misurata secondo l’indice Nic è arrivata a108,8 (+8,8%) , mentre l’inflazione reale, misurata secondo l’indice dei bene ad alta frequenza d’acquisto, è arrivata a 111,8 (+11,8%). Con il primo indice si sono salvati solo gli impiegati, con il secondo hanno perso tutti. Il Rapporto permette anche di valutare quanta strada stia facendo la cosiddetta nuova retribuzione, vale a dire quella che, mantenendo un dignitoso zoccolo di stipendio fisso, dia maggiore ossigeno e spazio di crescita a quello variabile, legato ai risultati. La fotografia che esce dal Rapporto è sconsolante: nonostante il periodo di crisi, gli stipendi di risultato non decollano affatto, eppure potrebbero avere uno funzione di stimolo oltre che di meritocrazia. Nei cinque anni considerati, per i dirigenti il variabile ha raggiunto il 12,6% (12.406 euro l’anno), per i quadri il 6,8% (3.445 euro), per gli impiegati il 2,7% (761 euro), per gli operai l’1,8% (405 euro). In questo modo, i dirigenti nel 2013 in media hanno portato a casa 110.875 euro di retribuzione annua lorda, i quadri 54.179 euro, gli impiegati 28.562 euro e gli operai, sempre in media, 23.493 euro lordi annui.

Territori e genere. Il Rapporto permette anche di verificare quali sono le aziende che pagano meglio per territorio, settore, dimensioni aziendali e differenze di genere. A pagare di più sono le grandi imprese rispetto alle piccole, con differenze che arrivano tra i 14-15 punti in media per manager, operai e impiegati. L’area del nord-ovest paga di più per tutte le categorie, dall’1,2% per i manager, al 4,3% per gli operai.

Tra i settori, pagano decisamente meglio quadri e dirigenti il credito e le assicurazioni; impiegati e operai sono più pagati nell’industria. Le società di servizi presentano valori al di sotto della media nazionale in tutte le categorie tranne che per gli operai; il commercio e il turismo presentano i valori più bassi per impiegati e operai. I differenziali medi di stipendio tra uomini e donne confermano la discriminazione: si va dal 9,3% in più per i dirigenti maschi rispetto alle femmine, al 14,8% tra gli impiegati, al 9,6% tra gli operai, al 6% tra i quadri.

La Stampa – 7 aprile 2014

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