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Stipendi perdono corsa contro l’inflazione. In dieci anni penalizzati tutti

Dai dati retributivi tra il 2002 e il 2012 emerge che le buste paga sono cresciute nominalmente, ma l’aumento dei prezzi è stato superiore da due a dieci punti percentuali

L’inflazione sta lentamente scendendo, ma gli stipendi non riescono a tenere la corsa contro i prezzi. Nel mese di gennaio 2013, secondo le stime preliminari, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, aumenta del 2,2% nei confronti di gennaio 2012 (era +2,3% a dicembre). Nel 2011 il reddito disponibile per abitante si attesta a 20.800 euro nel nord, è a 19.300 euro nel centro, ma scende a 13.400 nel Mezzogiorno (il 25,5% in meno della media nazionale). Il 2012 è stato un annus horribilis per le retribuzioni, complice anche la crisi. Se prendiamo il periodo 2002-2012, scopriamo che gli stipendi degli italiani sono nominalmente cresciuti, ma sono stati battuti dai prezzi. Secondo l’indagine tratta dalla banca dati della società specializzata Od&M (Gi Group), che ha esaminato oltre 1,7 milioni di buste paga, tutti i lavoratori nella media hanno perso potere d’acquisto. Le retribuzioni totali lorde (comprensive di variabile e incentivi) sono arrivate a 108.825 euro per i dirigenti (+24,6%); a 53.176 per i quadri (+30,1%); a 27.967 per gli impiegati (+22,8%) e a quota 22.461 per gli operai (+24,6%). Peccato che l’inflazione, sempre nei dieci anni 2002-2012, abbia corso più degli stipendi, raggiungendo quota + 24,5% (secondo l’indice Nic) e addirittura + 33,1% secondo l’indice dei prezzi ad alta frequenza (carrello della spesa). Da cui si evince che tutti sono state battuti dall’aumento dei prezzi da due a dieci punti, a seconda dell’indice inflattivo utilizzato; segno che in questo decennio, la moderazione salariale e le difficoltà date dalla crisi hanno inferto una profonda ferita al peso e al valore del lavoro, svuotando le tasche dei lavoratori. Si sono difesi un po’ meglio degli altri i quadri, mentre più colpiti in assoluto risultano gli impiegati.

Un’agenda per cambiare. La questione salariale irrompe così come una delle priorità nell’agenda del prossimo governo e delle forze sociali e va affrontata al più presto: da un lato coinvolge infatti la domanda di consumi (stipendi bassi, bassi consumi); dall’altro mina la coesione sociale e il valore del lavoro. Occorre intervenire: sulla riduzione del cuneo fiscale, che colloca l’Italia ai primi posti nel mondo (è la differenza tra stipendio lordo e netto, che per l’Ocse in Italia ha superato la soglia media del 47%); sul salario variabile e la produttività, che significa aumentare la quota di stipendio da risultato, legandola a determinati obiettivi, grazie anche allo sviluppo di una contrattazione decentrata di secondo livello; sulla semplificazione. Non solo infatti andrebbe aumentata la busta paga e ridotto il costo del lavoro, ma andrebbe resa più chiara e trasparente la sua leggibilità; perché arrivi a pagare più equamente e più efficacemente il contributo che ciascun lavoratore dà alla propria impresa e alla propria attività.

Lastampa.it – 8 febbraio 2013

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