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Gli uccellini stanno sparendo dai cieli europei. Persi 150 milioni di passeri in 30 anni. Segno di un profondo cambiamento nell’ecologia del territorio

di Emanuela Di Pasqua. Cantando vai finché non muore il giorno: il passero, cantato da Leopardi e citato in capolavori della letteratura, comune frequentatore dei nostri cieli e delle nostre campagne, dei cortili e dei giardini, rischia di morire. E la cosa strana è che si sa da tempo, ma l’allarme forse non è stato ancora gridato sufficientemente forte. Chiunque abbia più di una trentina d’anni ricorderà, facendo mente locale, che un tempo i passerotti erano molto più diffusi.

E se il passero rimanesse così solitario da rischiare l’estinzione? È un pericolo reale infatti secondo i ricercatori dell’Università di Exeter, che nel censimento che ha preso in esame 25 Paesi per un periodo di trent’anni guardando a 144 specie comuni di uccelli, denunciano un declino preoccupante della maggior parte delle specie di volatili più diffusi.

Complessivamente dal 1980 sono spariti dai cieli e dai giardini 421 milioni di uccellini. Il classico passerotto è quello più colpito dal fenomeno, ma anche gli storni non se la passano bene e giova ribadire, come fa Richard Inger, alla guida dello studio, che «gli uccelli hanno un ruolo cruciale nell’ecosistema: nel controllo dei parassiti, nella dispersione dei semi, nell’eliminazione delle carcasse, e altro ancora».

Le cause

Le cause principali di questa regressione sono da imputare alla scomparsa dei siti di nidificazione, alla modernizzazione del sistema di allevamento degli animali domestici nei cortili e all’avvelenamento delle campagne. In sostanza ci sono minori risorse alimentari a disposizione di questi piccoli animali e il tasso di mortalità è chiaramente molto più elevato. Non solo: c’è anche una minor attenzione verso alcune popolazioni di volatili, forse proprio perché sono talmente comuni da venir percepite come scontate.

Ma alcune specie sono in aumento

Ma c’è anche chi, dal censimento di Exeter, risulta invece in ottima salute. Anzi, esistono specie in aumento, come le capinere, i pettirossi, le cincie, i merli e le cicogne che, insieme ai falchi di palude, sono anzi le specie più protette dai programmi dell’Unione europea. Dunque l’allarme non riguarda tutte le specie, ma solo alcune e probabilmente proprio quelle che faticano maggiormente a procurarsi il cibo per una serie complessa di cambiamenti. Tra tutti il passero è il più penalizzato e il fenomeno è conosciuto da tempo, tanto che già qualche anno fa si parlava di una riduzione del 65% dei nidi complessivi in Inghilterra dalla metà degli anni Settanta, di un calo del 10 per cento della popolazione in Francia e del 45% in Germania in soli dieci anni. Terreni agricoli più adatti alla fauna selvatica, aumento delle aree urbane verdi e programmi mirati di salvaguardia possono ovviamente contribuire a contrastare questo declino.

4 novembre 2014 – corriere.it 

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