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Global health. Grandi epidemie: è l’inizio della fine. La guerra ad Aids, malaria, Tbc ha cambiato la sorte di milioni di persone. Ma ci sono nuove minacce. A Roma nasce un centro di ricerca

Stefano Vella*. Correva il 1942. Gli angloamericani cominciavano a vincere qualche battaglia e Winston Churchill disse: «Non è la fine; neanche l’inizio della fine; forse, soltanto la fine dell’inizio». Sarà così anche per la guerra all’Aids e alle grandi pandemie. Malgrado successi straordinari, come aver portato nei Paesi economicamente svantaggiati le cure che qui permettono una vita quasi normale alle persone con il virus Hiv anche grazie anche al Fondo Globale, voluto da Kofi Annan e Nelson Mandela.

Oggi 17 milioni di persone nel mondo hanno accesso ai farmaci antiretrovirali. Siamo arrivati fin qui grazie a una mobilitazione senza precedenti: la ricerca biomedica; la politica; l’economia; e, soprattutto, gli stessi pazienti, dai grandi movimenti nati negli Stati Uniti negli anni 80’, fino alle associazioni nate in Africa dopo l’anno 2000 quando l’Istituto Superiore di Sanità contribuì a portare la conferenza mondiale sull’AIDS a Durban. Lì nacque il modello di intervento che oggi chiamiamo «salute globale », un’area di ricerca e azione che affronta tutte le malattie in un’ottica multisettoriale, sia per gli aspetti biomedici che per quelli sociali ed economici.

Purtroppo, lo spirito che mosse scienziati e politici a lavorare insieme per un obiettivo comune sta progressivamente scemando. In modo scellerato, visto che Hiv, tubercolosi e malaria uccidono ancora 4 milioni di persone ogni anno. E che le nuove epidemie – Ebola, Zika, Febbre Gialla, con la polio non ancora eradicata – ci dovrebbero ricordare che virus e batteri non hanno bisogno del passaporto. La salute delle persone economicamente svantaggiate è anche la nostra: in un mondo globalizzato e interconnesso combattere le malattie del mondo vuol dire affrontare la salute di tutti.

E non possiamo limitarci alle malattie trasmissibili. Dobbiamo parlare anche di diabete, ipertensione, cancro. Anche qui, intollerabili diseguaglianze: in molti Paesi poveri con un infarto grave si muore, nei paesi ricchi quasi sempre si torna ad una vita attiva. Il nostro Paese ha in casa uno straordinario esempio di salute globale: il nostro sistema sanitario universalistico. Altri paesi stanno privatizzando o smantellando: il nostro, insieme a pochi altri, è basato su uno dei tanti alti principi della nostra Costituzione, equità e salute come diritto. È per questo motivo che l’Istituto Superiore di Sanità ha creato un Centro per la Salute Globale. Un centro che fa soprattutto ricerca: visto che dall’infezione da Hiv ancora non si guarisce, che per Aids, Tb, Malaria, Ebola, Zika e le tante malattie neglette vaccini efficaci non ce ne sono, e che le resistenze ai farmaci che abbiamo galoppano veloci. Ricordiamo che il virus Ebola è stato isolato oltre 50 anni fa e Zika è nota dal 1947. Non molti se ne sono preoccupati.

In realtà la salute di tutti non è soltanto un possibile e automatico risultato dello sviluppo, ma è un elemento fondamentale e necessario per lo sviluppo. E un grande strumento di pace. Per questo va messa in priorità, perché è trasversale all’interno dei nuovi obiettivi per uno sviluppo sostenibile. Diciassette obiettivi, scritti per contrastare la deriva negativa della globalizzazione, che parlano, tra l’altro, di impegno contro la povertà, di mortalità materna e infantile, contro l’analfabetizzazione e la discriminazione sociale delle donne, contro lo spreco delle risorse naturali, e la mancanza di acqua pulita, contro le ragioni industriali degli imponenti cambiamenti climatici. In realtà, da straordinaria opportunità di sviluppo, la globalizzazione si sta progressivamente trasformando in un catastrofico movimento autodistruttivo: l’urbanizzazione forsennata; la crescita del divario economico; la nascita di nuove diseguaglianze; i nuovi poteri economico-finanziari; un mercato globale senza più regole; l’uso smodato delle risorse naturali; infine, il contrasto scellerato ai fenomeni migratori, che spaventano per la loro dimensione, ma che hanno storicamente rappresentato la base dello sviluppo di grandi civiltà.

Direttore del Dipartimento del Farmaco Istituto Superiore di Sanità

Repubblica – 28 giugno 2016 

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