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Governo al bivio fra taglio dei bonus e ritocco dell’Iva

Carne, pesce, crostacei, yogurt e miele. Ma anche bar, ristoranti e servizi alberghieri. Sono sono alcuni dei servizi che oggi scontano l’Iva ridotta al 10% e che dal 1° luglio dell’anno prossimo rischiano di passare a un prelievo più pesante, con l’aliquota del 12 per cento.

L’aumento dell’Iva partito il 17 settembre del 2011 non ha infatti coinvolto i prodotti tassati al 10%, ma solo quelli che scontavano l’Iva ordinaria al 20% (poi passata al 21%).

Per evitare il doppio, ulteriore, incremento dell’Iva (dal 10% al 12% per l’aliquota ridotta e dal 21 al 23% per quella ordinaria) previsto dalla manovra salva-Italia del Governo Monti per questo autunno e rinviato all’estate prossima dal Dl sulla spending review, bisogna recuperare sei miliardi e mezzo: per lo Stato, questo dovrà essere un risparmio a regime, e non solo per il 2013. Una parte delle risorse necessarie (circa tre miliardi) dovrebbe arrivare dalla seconda fase della spending review, attesa a breve. Un’altra fetta di risparmi è attesa dal riordino degli incentivi alle imprese (il cosiddetto piano Giavazzi) e ai cittadini.

Ma la strada messa nero su bianco già nella manovra di luglio dell’estate scorsa, e su cui il Governo sta continuando a lavorare, è quella del riordino delle agevolazioni fiscali per i contribuenti, ovvero la selva di 720 bonus che servono a compensare, in parte, la progressività del prelievo, ad esempio le detrazioni per i familiari a carico o per i redditi da pensione e lavoro dipendente. Una strada, questa, che rischia di andare comunque nella direzione di un aggravio della pressione fiscale, anche se meno generalizzato rispetto a quello che deriverebbe dall’aumento dell’Iva, e più mirato verso alcune tipologie di contribuenti.

Secondo le ultime stime, dalla revisione delle detrazioni e delle deduzioni fiscali, il Governo potrebbe risparmiare fino a due miliardi di euro.

Dopo il “censimento” delle misure compiuto dal gruppo di lavoro guidato dall’attuale sottosegretario all’Economia Vieri Ceriani, che ha messo a fuoco i bonus fiscali più rilevanti per le famiglie e quindi da salvaguardare (valgono 90 miliardi), il Governo deve ora decidere su quali fronti indirizzare i tagli.

Il percorso previsto dovrà essere rapido: la revisione delle tax expenditures è già prevista nel progetto di delega per la riforma fiscale all’esame della Camera, ma per non aspettare il via libera alla legge e la successiva approvazione dei decreti attuativi, il Governo potrebbe optare per una sorta di mini-delega inserita nella legge di stabilità 2013, da approvare entro novembre, a cui dare attuazione a stretto giro con un decreto che fissi i tagli (si veda Il Sole 24 Ore del 16 luglio).

A luglio, l’ultimo monitoraggio ministeriale contava circa 130 aziende per oltre 163mila lavoratori, cresciuti ad agosto, secondo le stime aggiornate dei sindacati, e 180mila lavoratori impiegati da 150 imprese di tutti i settori, dall’industria al turismo. Sono questi i numeri dei “tavoli di crisi aziendale” aperti presso il ministero dello Sviluppo economico, segno eloquente della crisi economica.

Incontri d’autunno

Migliaia di posti a rischio – 30mila gli esuberi secondo i sindacati – in vertenze che saranno al centro del confronto tra governo e parti sociali delle prossime settimane: mercoledì 5 settembre l’incontro con Abi, Confindustria, e Rete imprese Italia; martedì 11 settembre, l’appuntamento con le organizzazioni sindacali.

Oltre alle vertenze sulle prime pagine dei giornali come quella del Carbosulcis e dell’Alcoa, ci sono decine di crisi ancora irrisolte, da quelle del settore elettrodomestici (Electrolux, Indesit, Antonio Merloni) a quelle del settore turistico (Valtur, Alpitur); dalle telecomunicazioni (Italtel, Sirti, Nokia Siemens) al comparto ferroviario (Ansaldo Breda e Firema), e il tessile e all’arredamento (Mariella Burani, Natuzzi, Miroglio Sixty). Ecco, in sintesi, un quadro di alcune delle principali vertenze per le quali si sta cercando una soluzione:

Euroallumina. In Sardegna, non è solo il destino di Carbosulcis ed Alcoa a preoccupare. È già chiusa infatti l’Euroallumina (400 dipendenti diretti), purr mantenendo il 20% degli operai impegnati nella manutenzione dell’impianto mentre gli altri sono in cassa integrazione. Il nodo resta quello dei costi energetici.

Fincantieri. Il gruppo che occupa 10mila dipendenti ha circa 1.300 esuberi ma i livelli di cassa integrazione straordinaria al momento – spiega il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella – sono più che doppi rispetto a questa cifra.

Lucchini. In crisi l’acciaieria con la chiusura ad agosto dell’altoforno di Piombino per carenza di ordini. Per i 1.943 lavoratori sono stati adottati contratti di solidarietà mentre gli enti locali chiedono al ministro dello Sviluppo economico un tavolo nazionale. Nel complesso il gruppo (presente anche in Puglia e in Friuli Venezia Giulia) occupa 2.800 dipendenti.

Merloni. La vertenza – segnala la Cgil – è ancora aperta dopo la cessione di tre stabilimenti all’imprenditore della Qs Group con l’impegno di riassumere 700 lavoratori (ma l’azienda ne conta 3.500).

Elecrolux. Resta problematica anche la situazione dell’Elecrolux con 800 esuberi su 7.000 dipendenti (ma 230 sono già usciti grazie a esodi incentivati).

Indesit. Esuberi anche per l’Indesit dopo l’annuncio della chiusura dello stabilimento di None che produceva lavastoviglie. L’Indesit ha 4.500 dipendenti, i posti a rischio sono 360.

Fiat. Resta ancora incerto il futuro dei circa 1.300 lavoratori dello stabilimento siciliano della Fiat di Termini Imerese chiuso lo scorso dicembre dopo che è sfumata l’ipotesi di impegno da parte di Dr Motors. Difficoltà ci sono anche in altri stabilimenti del Gruppo con l’annuncio di cassa integrazione per Pomigliano.

Irisbus. Vivono nell’incertezza anche i lavoratori dell’Irisbus in cassa integrazione poiché – spiegano alla Cgil – non è stato ancora raggiunto il 30% da ricollocare in altri stabilimenti del gruppo per accedere al secondo anno di Cigs a zero ore. Il nodo resta la ricerca di un imprenditore che rilevi la produzione.

Natuzzi. L’azienda dei divani, che occupa 2.700 lavoratori per la produzione di salotti è in crisi e ha chiesto la cassa integrazione per 1.300 dipendenti.

Tessile. Mentre al ministero dello Sviluppo economico approdano le vertenze più significative sul fronte dei numeri (come Omsa, Miroglio) ci sono decine di piccole aziende di conto terzisti che stanno chiudendo con diverse migliaia di lavoratori, soprattutto donne, che perdono il posto.

Meridianafly. L’azienda – spiegano alla Cgil trasporti – ha aperto la procedura di mobilità a inizio 2012. Da giugno 2012 850 lavoratori sono in Cigs per 7 anni (4 + 3). Il personale della compagnia ammonta nel complesso a 2.300 addetti.

Turismo. In crisi anche diverse aziende del settore. Al ministero dello Sviluppo sono aperti tavoli per la Valtur (gruppo con 3.600 lavoratori dipendenti) e per Alpitour (3.500).

3 settembre 2012 – ilsole24ore.com

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