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Governo e Regioni divisi sul futuro delle Province. I governatori chiedono modifiche su tempistica, poteri delle città metropolitane e impatto della riforma

Il passaggio alle “province 2.0” progettate dalla legge Delrio si sta rivelando più impervio del previsto. Nonostante le prime elezioni dei presidenti e sindaci metropolitani di secondo livello siano ormai alle porte (a Bari, Bologna, Firenze, Genova e Milano si svolgeranno infatti il 28 settembre) e i termini per l’emanazione del regolamento con cui trasferire funzioni, risorse e personale in basso (ai comuni) o in alto (alle regioni) siano scaduti da quasi due mesi, l’esecutivo fa fatica a trovare la “quadra” sul futuro degli enti di area vasta.

Come dimostra la diversità di vedute emersa nei giorni scorsi con i governatori sull’accordo politico che costituisce il presupposto di quel regolamento, che doveva arrivare, anch’esso, entro l’8 luglio e che mercoledì prossimoè atteso all’esame della Conferenza unificata. Divergenze che investono peraltro il cuore della riforma: tempistica, poteri delle città metropolitane, impatto economico.

La prova si è avuta giovedì nel corso della Conferenza delle regioni che se n’è occupata. In quella sede i governatori hanno avanzato una serie di modifiche che puntano di fatto a riscrivere, in alcuni punti annacquandola, la bozza di accordo predisposta dall’esecutivo. Un atto che già di per sé non brillava per decisionismo. Sebbene la legge 56 gli affidi il compito di individuare «in modo puntuale» le funzioni oggetto del riordino e le relative competenze la bozza che Il Sole 24 ore ha avuto modo di visionare si limita a demandare tutte le scelte più importanti al successivo Dpcm.

L’unico elenco puntuale di compiti destinati a passare di mano riguarda infatti quelli amministrativi. All’articolo 8 del testo, si legge che sarà lo Stato a dichiarare tra le proprie competenze tre funzioni riguardanti le minoranze linguistiche (delimitazione dell’ambito provinciale o sub-comunale in cui si applicano, fissazione delle provvidenze loro destinate e possibilità di istituire dei comitati ad hoc), una sull’istruzione (sospensione delle lezioni in casi gravi e urgenti) e una sulle concessioni di acque pubbliche. Con le regioni che chiedono di eliminare dalla lista quest’ultima.

Su altri punti le proposte di modifica sono ancora più radicali. Si pensi all’arrivo a regime della riforma. Al governo che fissava al 31 dicembre 2014 il termine entro il quale le Regioni si impegnano «a completare il processo di riordino e attribuzione delle funzioni di loro competenza», le autonomie contrappongono la formula ben più blanda «ad adottare le iniziative legislative di loro competenza». Una distanza analoga si registra sui poteri delle città metropolitane. La proposta dell’esecutivo secondo cui «è opportuno» destinare loro «anche tutte le altre funzioni esercitate, a qualunque titolo, dalle province alle quali esse succedono» viene riscritta dai governatori in le regioni «valutano» quali conferire e quali no. Con la previsione ulteriore che andranno comunque ricercate le «opportune sinergie» tra le parti.

Il nodo più intricato sembra comunque quello delle risorse. Se è vero che – stando alla legge Delrio – il «passaggio dei beni e delle risorse finanziarie, umane, strumentali e organizzative connesse all’esercizio delle funzioni che devono essere trasferite» sarà definito dal Dpcm, i governatori vogliono che già nell’accordo politico sia inserita una maxi-clausola di salvaguardia in 5 punti. In base alla quale vanno modificati gli obiettivi del patto di stabilità interno, vanno riviste le facoltà assunzionali delle province alla luce dei passaggi di personale, va specificato che le procedure di mobilità abbiano carattere «straordinario e specifico», vanno sterilizzati gli effetti sui limiti dell’indebitamento e, da ultima, va trasferita in tutto o in parte anche la potestà fiscale.

Il Sole 24 Ore – 6 settembre 2014 

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