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Green pass nel caos, il Governo prepara correzioni sulle mense. Da rivedere le norme sulla distribuzione dei pasti. Probabile riconoscimento dell’asporto come modalità alternativa di servizio

Il Sole 24 Ore. Dopo il pressing delle imprese e, con sfumature diverse, del sindacato a fare chiarezza su vaccinazione e green pass (nei luoghi di lavoro) il governo ha acceso un faro. Anche, e soprattutto, in vista delle riaperture generalizzate, nei prossimi giorni, di molte aziende.

Le regole attuali

La questione è delicata; dopo decreti legge, e da ultimo una faq del governo, il quadro normativo di riferimento è questo: per la consumazione al tavolo al chiuso, l’accesso alle mense aziendali e ai locali adibiti alla somministrazione di servizi di ristorazione ai dipendenti è precluso (salve le ipotesi previste per legge, ad esempio le condizioni sanitarie di esonero dalla vaccinazione) a chi non esibisce la certificazione verde in corso di validità (analogamente a quanto avviene nei ristoranti – per il legislatore infatti la ristorazione, anche in azienda, presenta un particolare rischio di diffusione del virus a causa di assembramento, assenza di mascherina, compresenza al chiuso, velocità di diffusione delle varianti). Tutto ciò è entrato in vigore lo scorso 6 agosto; mentre a oggi non è previsto un generalizzato obbligo di possesso del green pass (vale solo per alcuni settori, sanità e scuola).

Le modifiche allo studio

Le prime applicazioni della nuova normativa stanno creando disorientamento e confusione presso le imprese; di qui la necessità all’interno dell’esecutivo di nuovi chiarimenti. Del resto, a chiedere, dai microfoni di Radio24, di rivedere il nodo mense è stato ieri il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri: «Il problema mensa deve essere in qualche maniera rivisto – ha dichiarato – perché la mensa è luogo di lavoro». Un primo possibile chiarimento allo studio dei tecnici dell’esecutivo è specificare (si ragiona su una nuova faq) la possibilità di “fare asporto” per le mense aziendali, così come si stanno orientando già diverse imprese (si veda altro articolo in pagina). C’è poi il nodo della responsabilità dei controlli. Qui la faq del governo prevede che «i gestori dei predetti servizi sono tenuti a verificare le certificazioni verdi». In questo caso, si tratterebbe di rafforzare la previsione, escludendo, espressamente, le imprese (che peraltro, in questo caso, sono soggetti estranei visto che il rapporto è tra gestore della mensa e lavoratore, ndr) da qualsiasi inadempimento in caso di rifiuto di accesso alla mensa (perché il soggetto è sfornito di green pass). In sintesi, dovrebbe essere chiarito che l’impossibilità di accedere alla mensa non costituisce un fatto imputabile al datore di lavoro. Un terzo ragionamento, all’interno del governo, è sul nodo tamponi. Oggi la legge (il Dl 111) prevede che il certificato verde venga rilasciato dopo aver effettuato la prima dose o il vaccino monodose da 15 giorni, aver completato il ciclo vaccinale, essere risultati negativi a un tampone molecolare o rapido nelle 48 ore precedenti, essere guariti da Covid-19 nei sei mesi precedenti. Federmeccanica, riproponendo quello che Confindustria ha ribadito più volte negli incontri con Andrea Orlando e i sindacati, ha sollecitato ieri un chiarimento, ribadendo la netta contrarietà ad addossare alle aziende i costi dei tamponi ai dipendenti no vax. La Cgil ha una posizione diversa: «Noi chiediamo che obbligo del vaccino sia definito da una norma – evidenzia Tania Scacchetti, segretaria confederale con delega al mercato del Lavoro -. In ogni caso i tamponi, che sono una misura alternativa possibile, devono essere gratuiti per i lavoratori». L’orientamento di una parte dell’esecutivo è di prevedere il pagamento del tampone a carico dei lavoratori no vax, sulla falsariga di quanto deciso nei giorni nella scuola dove il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, ha escluso espressamente tamponi gratuiti per il personale contrario al vaccino (riservandoli al personale che si trova in condizioni di fragilità).

Appello a Orlando e Speranza

Al momento, nessuna decisione ufficiale è stata presa; ci stanno ragionando i tecnici. Ma il pressing sull’esecutivo è alto: Cgil, Cisl e Uil, in una nota, hanno chiesto un faccia a faccia «urgente» ai ministri del Lavoro, Andrea Orlando, e della Salute, Roberto Speranza, per avere chiarimenti sul green pass.

Il pressing delle imprese

Le imprese sono compatte nel chiedere al governo chiarezza. «Oggi il green pass è lo strumento più efficace che abbiamo a disposizione. Averlo come riferimento è la cosa più efficace. E quindi non vorrei che ci riducessimo a un discorso tra chi è contro e chi è a favore, qui dobbiamo essere tutti a favore della salute», ha sottolineato il presidente di Confindustria Piemonte, Marco Gay. «Il governo faccia la sua parte, chiarendo una volta per tutte gli aspetti normativi – ha aggiunto Roberto Busato, direttore di Confindustria Trentino -. Dalla prossima settimana le aziende ripartono con la responsabilità di far operare i collaboratori in piena sicurezza. Lavoriamo nei territori dell’autonomia, con una previsione di crescita del 4-6 per cento del Pil. Abbiamo bisogno di certezze». Intanto Fipe-Confcommercio e Tripadvisor sono scese in campo per contrastare il fenomeno di recensioni negative, insulti e minacce a danno delle aziende che applicano la normativa sul green pass: «Non è accettabile che le frustrazioni di pochi si scarichino su quegli imprenditori che sono chiamati a far rispettare la legge», hanno sottolineato in coro Aldo Mario Cursano, vice presidente vicario di Fipe-Confcommercio, e Fabrizio Orlando, direttore delle relazioni istituzionali di Tripadvisor.

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