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I conti d’oro dell’ospedale di Mestre. Nel 2009 è stato demolito un edificio inaugurato solo cinque anni prima, costato dieci milioni e in parte mai utilizzato

di Mariano Maugeri. A studiare le carte dell’ospedale dell’Angelo di Mestre, la madre di tutte le grandi opere venete in finanza di progetto, Piergiorgio Baita potrebbe passare per un benefattore e Giancarlo Galan per Luigi Einaudi. Il project financing è un accordo tra pubblico e privato incui il secondo, in questo caso la Veneta sanitaria finanza di progetto (Vsfp), la società costituita dalla cordata proponente di cui Mantovani ha il 20% (gli altri soci sono Astaldi, Aerimpianti, Gemmo, Cofathec, Aps, Mattioli e Studio Altieri), s’impegna a consegnarechiaviin manol’ospedale e a gestirne i servizi non sanitari.

La Vsfp apporta un capitale liquido di 20,5 milioni suddiviso tra sette soci, gli altri 120 necessari per costruire l’opera li chiede in prestito alle banche con un mutuo. Su che cosa mettele maniVsfptirandofuori solo 20,5 milioni? Intanto a un business di 1,2 miliardi in 23,5 anni per tutti i servizi non sanitari, compresi il laboratorio di analisi e il servizio di diagnostica che, caso unico in Italia, sono stati appaltati all’esterno.

Gli affari vanno alla grande. Nel periodo aprile 2008 dicembre 2011 il piano finanziario prevede una perdita di 4 milioni. Sorprendentemente, manontroppo, Vsfp si ritrova invece un utile di 3,7 milioni. Nella finanza di progetto il banco è costituito dalla cordata proponente. Tanto che i docenti della Cergas, l’osservatorio sanitario della Bocconi, non smettono di citare l’abissodi knowhowtrai funzionari pubblici e le vecchie volpi della finanza. Utili così copiosi potrebbero far scattare la clausola di revisione della convenzione da parte del pubblico, ma nessuno disturba il manovratore. Che nel 2003, nella proiezione del piano economicofinanziario, stima ricavi nominali di 1,3 miliardi, lievitati quattro anni dopo a 1,5 miliardi, con un margine operativo lordo di 449 milioni (326 previsti). Una previsione che si manterrà stabile, con qualche limatura al ribasso, per tutti i 24 anni della concessione.

Peccato che un mutuo di 120 milioni sottoscritto da una società con 20,5 milioni sia costato alla Regione Veneto 280 milioni di oneri finanziari e imposte. Ecco perché i teorici del Project financing potrebbero passare per statalisti animati solo dalla volontà di far incassare più quattrini all’erario. Lo sostiene, documenti alla mano, Claudio Cerasi, esperto di bilanci e per dieci anni direttore amministrativo di Ulss. Cerasi invia un copioso dossier il viceprocuratore della Corte dei conti regionale Alberto Mingarelli e agli esponenti del M5s veneziano. A un ente pubblico quel mutuo sarebbe costato 80 milioni.

La realtà è un’altra: dal momento dell’accordo tra pubblico e privato la società di gestione è svincolata da qualsiasi controllo: recluta chi vuole e spende quanto vuole. La due diligence per verificare la convenienza bancaria dell’operazione costa 1,2 milioni, e sempre la Vsfp tratta l’acquisto di macchinari per un controvalore di una trentina di milioni. Leve poderose con margini di contrattatazione elevati. Del resto, i milioni come noccioline non sono una prerogativa della Mantovani.

Nel 2009, all’interno del vecchio ospedale di Mestre, viene raso al suolo il cosiddetto monoblocchino inaugurato cinque anni prima e in parte mai utilizzato: 10 milioni di euro al vento. Il doge Galan è presente e ammonisce: non speculate. Un invito rivolto a se stesso?

Il Sole 24 Ore – 10 giugno 2014 

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