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I furbetti del Senato, fuga dall’ufficio dopo aver “timbrato”

In un video la denuncia delle “Iene” «Eppure guadagnano cinque volte più dei normali dipendenti statali»

Guadagnano 150 mila euro all’anno, cinque volte un normale impiegato pubblico. E oltre alle normali mensilità, al contrario di tutti gli altri statali, i dipendenti di Camera e Senato ricevono tredicesima, quattordicesima e quindicesima. Inoltre, facendo un raffronto con i costi della politica dei altri Paesi europei, guadagnano quasi il quadruplo ai loro colleghi inglesi.   Eppure, denuncia un servizio delle “Iene”, molti di loro bluffano sugli orari. Tutto scatta dalla segnalazione di una persona che lavora in un ufficio del Senato. «Arrivano e, dopo aver timbrato, si allontanano» dice l’anonimo. «I furbetti in Parlamento non sono solo tra i politici» spiega. E molti colleghi vanno in giro per Roma, in pieno centro. «Il Senato ha diversi uffici sparsi per il centro di Roma, per cui in realtà è possibile che ci siano riunioni, incontri, per cui è normale che sia gente che vada da un palazzo all’altro. Però, se tu quando esci, al posto di fare il tuo lavoro in un altro ufficio, che ne so per una riunione, te ne vai a spasso, a fare la spesa, a giocare a lotto, al bar, ad accompagnare dal dentista tuo figlio e poi ritorni dopo due ore in ufficio come se niente fosse, allora lì la storia cambia, perché tu, in questo modo, tu dipendente pubblico ti stai facendo pagare dagli italiani per andare ad accompagnare tuo figlio per farsi curare le carie. Questo non è molto simpatico».   Scattano le verifiche, e Filippo Roma, inviato delle Iene, immortala i dipendenti che si avviano normalmente verso il loro ufficio e, dopo aver timbrato, “beggiano” con il tesserino per uscire subito dopo. «Sono stufa- dice la dipendente che ha denunciato il malcostume dei colleghi- di sentire queste stesse persone che prima rubano e poi si lamentano del paese, della disonestà dei politici e ne discutono, magari stando al bar piuttosto che stando in ufficio a lavorare. Si è perso proprio il senso della realtà».

La Stampa 6 maggio 2013

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