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I laureati? Pochi rispetto alla media Ue. Ma i fuori corso sono sempre di meno. L’indagine di Almalaurea

Lo studio rivela che per l’Italia è ancora lontano l’obiettivo europeo di 40 laureati ogni cento persone tra i 30 e i 34 anni. Ma chi si immatricola è più motivato. E le donne hanno voti più alti

Pochi, ma più motivati e studiosi di un tempo. E capaci di arrivare al traguardo in fretta, sempre prima. Il profilo dei laureati d’Italia segue ormai una tendenza consolidata e chiara. Sempre meno gli studenti che finiscono fuori corso: la metà rispetto a dieci anni fa. Sempre più numerosi quelli che ottengono il titolo giovanissimi: nel 18 per cento dei casi, addirittura a meno di 23 anni.

È questo record di precocità il dato più significativo del 16esimo rapporto di Almalaurea sui laureati italiani, presentato giovedì all’Università di Scienze Gastronomiche di Bra, in provincia di Cuneo. L’indagine riguarda 230mila studenti che hanno discusso la tesi nel 2013. E restituisce, come ormai da qualche anno, un quadro con due facce. Da una parte, i numeri dell’ormai cronica emorragia di iscritti nelle università d’Italia. Dall’altra, il netto miglioramento di chi quelle università le popola, oggi, con grande impegno e volontà.

 Lontani dalla media 

L’obiettivo fissato dalla Commissione Europea per il 2020 vorrebbe questo: in ognuno degli Stati Ue, 40 laureati ogni cento persone tra i 30 e i 34 anni. La realtà italiana dice che siamo destinati a non arrivarci. La quota di laureati nella fascia d’età 25-34 è appena del 21 per cento, contro il 39 di media dei Paesi Ocse. Siamo a fondo scala, ai livelli di Repubblica Ceca e Turchia.

Ed è dura che le cose migliorino, per un semplice motivo: le immatricolazioni continuano ad essere in picchiata dal 2003 ad oggi. Ormai solo tre 19enni su dieci scelgono di iscriversi all’università, per colpa in primo luogo della crisi economica e di borse di studio ancora insufficienti. Ma anche del sospetto che, poi, la laurea non sia così decisiva. “I manager italiani laureati sono passati dal 14,7 per cento del 2010 al 24,5 del 2012, ma sono ancora pochi”, spiega Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea. “Possono imprenditori non laureati apprezzare il valore di un titolo universitario?”.

 Giovani, motivati e proiettati nel mondo del lavoro 

Tutti i dati confermano, comunque, che il titolo universitario è garanzia di migliori condizioni lavorative rispetto a chi ha solo il diploma. Sarà anche per questo che gli studenti italiani hanno iniziato a bruciare le tappe. L’età media alla laurea è oggi di 25,5 anni contro i 27,8 del periodo pre-riforma. All’epoca – è vero – il primo ciclo di studi era di quattro anni contro i tre attuali. Ma il calcolo è facile: anche al netto della riforma, i nuovi laureati battono i loro predecessori di un anno abbondante.

Lo confermano del resto i dati sui fuori corso. Su cento laureati, quelli che finiscono gli studi entro il primo anno fuori corso sono 65 di primo livello, 58 a ciclo unico, 82 magistrale. Nel 2004 erano 37 su cento. E c’è anche un record da segnalare: solo 13 laureati su cento – tra quelli del 2013 – hanno terminato gli studi in ritardo di quattro anni o più. Il valore più basso di sempre. “Si vedono miglioramenti proprio negli aspetti storicamente dolenti del sistema universitario italiano – conferma Cammelli – e funziona sempre meglio anche la collaborazione fra università e mondo del lavoro, con tirocini e stage condotti soprattutto al di fuori dell’ambiente universitario”.

 Le laureate: più brave, per forza 

Sul piano della regolarità, e anche a livello di voti, le laureate del 2013 superano i loro colleghi maschi. A finire gli studi in corso è infatti il 45 per cento delle donne contro il 40 degli uomini. Il voto medio di laurea è di 103,3 per le studentesse e 101 per gli studenti. E la supremazia si nota in ogni ambito di studi, anche a parità di condizione sociale e studi pre-universitari. Più zelanti per vocazione? Forse è soprattutto una necessità: nonostante i loro risultati, le donne incontrano difficoltà maggiori degli uomini sul mercato del lavoro. Di fatto, per riuscire a realizzarsi devono essere più qualificate di un collega maschio.

La Stampa – 30 maggio 2014

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