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I medici: «Sanità ceduta ai privati». La Regione: «Falso, risparmiamo». Ma con i camici bianchi a gettone la spesa pubblica raddoppia

Se la salute non ha prezzo, la sanità in Veneto è un business ingente che calamita l’80% del bilancio regionale – 10 miliardi nell’anno in corso – alimentando un’offerta privata in forte espansione. A riguardo, l’Anaao Assomed, il sindacato maggioritario tra i medici ospedalieri, fa la voce grossa: «Zaia e la Lega stanno privatizzando il servizio pubblico favorendo il trasferimento di attività sanitarie e sociosanitarie dal pubblico ai soggetti accreditati, ai quali è garantito un “paracadute” che azzera o quasi il rischio di impresa grazie ai rimborsi erogati dalla Regione», è l’accusa del segretario Adriano Benazzato.

I MODELLI A CONFRONTO È davvero così? Sul versante dell’incidenza privata, il ministero della Salute, colloca il Veneto in posizione medio-bassa nella graduatoria nazionale, alle spalle di Lombardia, Lazio, Piemonte, Emilia Romagna. E il governatore Luca Zaia ne fissa ufficialmente al 12% la percentuale complessiva, «la più bassa d’Italia», assai lontana dal 40% del modello lombardo. «Sanità pubblica e privata non devono competere ma collaborare, ciascuna con compiti precisi», ha dichiarato a riguardo il top manager regionale Domenico Mantoan «attualmente il privato ospedaliero rappresenta il 18% dei posti letto in Veneto, gli abbiamo affidato settori ben definiti, in particolare l’ortope- dia, la chirurgia, la riabilitazione; in alcuni casi fa anche da presidio ospedaliero di zona. La Regione fissa budget e tariffe certe, con pagamento delle prestazioni entro 60 Il Balbi: «I posti letto accreditati alle cliniche rappresentano il 18%» «No, siamo già al 24%» giorni, verificando l’appro-priatezza del servizio. Dal 2010 al 2019 abbiamo ridotto di un centinaio di milioni l’esborso nei loro confronti che oggi ammonta a mezzo miliardo». Sui numeri assoluti, tuttavia, c’è totale disaccordo.

AMBULATORI E RICOVERO «I valori privati, da dieci anni a questa, sono raddoppiati, raggiungendo il 28% per l’attività ambulatoriale e il 24% per l’attività di ricovero, sono dati Agenas», incalza Benazzato citando l’agen-zia-braccio operativo del ministero della Salute. E affonda il colpo addebitando all’amministrazione la «riduzione volontaria del personale pubblico in servizio». «Accuse assurde, cifre prive di ogni fondamento», ribattono a Palazzo Balbi, annunciando a breve un report dettagliato sull’argomento.

CAMICI BIANCHI IN FUGA Aldilà dei battibecchi, il quadro che emerge legittima seri motivi di preoccupazione. A cominciare dalla scarsità di specialisti ospedalieri in svariate discipline, che affonda le radici in un’errata programmazione statale – l’insufficienza di borse di studio a fronte del completamento della formazione pluriennale post laurea quale requisito per l’assunzione nel servizio nazionale – e si riverbera in più direzioni. Anzitutto, le crescenti difficoltà nell’erogazione delle cure: negli ospedali nostrani mancano all’appello 1300 camici bianchi, con picchi di criticità tra i medici di pronto soccorso, i pediatri, gli internisti, gli anestesisti, i chirurghi. Una sofferenza acuita dall’esodo di molti professionisti; delusi (e a volte stremati) dalla sanità pubblica, allettati dalle sirene private, assai più remunerative e molto meno esigenti in materia di orari quotidiani e turni di copertura.

IL PARADOSSO DEI TICKET Così, l’esodo dalle corsie, costringe la sanità regionale ad esplorare soluzioni d’emergenza – l’assunzione di specializzandi, il reclutamento di pensionati, i contratti autonomi – e accresce, nel sentiment collettivo, l’attrattività dell’offerta privata, capace di garantire ai pazienti (a quelli dotati di quattrini, almeno) tempi certi e ridotti, fino a rivelarsi – i paradossi di un welfare pasticcione – concorrenziale persino sul piano tariffario in presenza di esami gravati dal ticket. «Nel 2014 una visita ortopedica nel Dubblico richiedeva in media 36 giorni d’attesa, oggi sono 57», documenta uno studio della Cgil «nel privato a pagamento, invece, i giorni scendono a 6 e in intramoenia, cioè nel privato accreditato, diventano 27». Nel frattempo i poliambulatori spuntano ovunque come funghi dopo un temporale : nel Veneziano, ad esempio, il loro numero è triplicato nell’ultimo quinquennio. È tutto? Quasi. Per alleggerire la pressione sull’ospedale cittadino, l’Ulss di Treviso ha annunciato l’apertura di un nuovo pronto soccorso nella casa di cura Giovanni XXIII a Monastier, un “privato accreditato” al quale saranno delegati i soli codici bianchi e verdi, che tuttavia rappresentano l’80% degli accessi: «È l’attività più remunerativa e meno rischiosa perché limitata soltanto ai “pazienti non critici”. Ma questo non è un pronto soccorso, è altra cosa», punge ancora Benazzato; che ne ha anche per i colleghi “generalisti”: «Stiamo parlando di attività sanitaria che dovrebbe essere trattata negli ambulatori dei medici di famiglia, già remunerati a tale scopo dalla Regione con la quota capitaria annuale»

IL DANNO E LA BEFFA. CON I CAMICI BIANCHI A GETTONE  LA SPESA PUBBLICA RADDOPPIA

Che succede quando un ospedale si ritrova privo un numero di specialisti sufficienti a soddisfare la domanda? Deve acquistare prestazioni “a gettone” all’esterno, con un aggravio di spesa fino al 200%. Un esempio concreto. Mediamente un Con i camici bianchi “a gettone” la spesa pubblica raddoppia pediatra (figura di cui c’è particolare carenza) costa alla sanità pubblica circa 70 mila l’euro l’anno a fronte di 1600 ore di lavoro svolto: il costo orario effettivo si aggira intorno ai 45 euro. In assenza di personale dipendente, il manager deve rivolgersi a medici che operano altrove: se si tratta di dipendenti pubblici, saranno retribuiti con 60 euro l’ora (è la tabella professionale nazionale) in caso di privati, il compenso sale a 100-120 euro. Il danno e la beffa, già.

IL MATTINO DI PADOVA (FILIPPO TOSATTO)

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