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I nati nel ’52 bloccati al lavoro. Con l’aumento della speranza di vita circa 60 mila persone dovranno restare più a lungo in attività

L’età per andare in pensione salirà, dal 2019 in poi. Nessuna trattativa, nessuno slittamento, nessuna deroga. «Rispettiamo la legge in vigore », ha annunciato ieri il premier Gentiloni, spegnendo ogni velleità di sindacati, malpancisti interni ed esterni al Pd. Quando dunque l’Istat, entro l’anno, comunicherà il nuovo dato sulla speranza di vita quanti anni ancora restano da vivere in media, arrivati a 65 anni – l’adeguamento per le pensioni di vecchiaia sarà automatico. Si uscirà non più a 66 anni e 7 mesi come ora, ma forse a 67 anni tondi. Il nuovo traguardo impatterà sulle scelte della classe 1952: 60 mila persone, per due terzi donne, se si conferma il trend del 2016.
Dovranno lavorare cinque mesi in più? Non è detto. L’Istat sta facendo ancora i calcoli. Alla fine sottrarrà la speranza di vita del 2016 – ancora ignota – a quella del 2013, come vuole la legge. E non sappiamo se questa differenza sia proprio cinque mesi. Potrebbe essere quattro o sei. O anche zero e allora il periodo residuo da vivere per un 65enne potrebbe rimanere pari a 20 anni e 3,6 mesi, proprio come nel 2013. A quel punto anche l’età per la pensione di vecchiaia resterebbe inchiodata a 66 anni e 7 mesi, come oggi. Se così fosse, la discussione si sposterebbe di due anni.
L’adeguamento all’aspettativa di vita, sin qui triennale, dopo il 2019 diventa biennale (lo dispone la legge Fornero). Nel 2021 l’Istat quindi deve ricalcolare il dato. E se questo rimane ancora sotto i 67 anni, allora scatta la clausola di salvaguardia messa nella legge Fornero, all’epoca voluta da Bruxelles: si sale a 67 anni comunque dal 2021 in poi. Volente o nolente lì si finisce. La normativa d’altro canto guarda alla stabilità dei conti. Derogare all’automatismo del 2019, quale che sia l’entità dei mesi da aggiungere, significa affossare da subito – già nel primo anno, nel 2020 – i conti pubblici di oltre 3 miliardi, come mostra la simulazione della Ragioneria dello Stato.
D’altro canto le bombe pronte ad esplodere sono due. Da una parte, quella demografica. Nel giro di un secolo – come mostrano le elaborazioni di Progetica su dati Istat – la piramide della popolazione italiana tende a rovesciarsi. Nel 1957 c’erano più giovani e giovanissimi che vecchi e centenari. Nel 2057 si tenderà quasi all’inverso. Anche per questo la gobba previdenziale – la seconda bomba – mostrata dalla Ragioneria nel suo studio è inequivocabile: attorno al 2045 la spesa previdenziale si impenna, raggiunge un picco pari al 17% del Pil, per poi scemare. E questo grazie ai baby boomers, i nati tra 1958 e 1964: vanno in pensione nel 2030, quando la curva inizia a impennarsi, e ci restano fino al 2045. Intaccare il meccanismo dell’adeguamento automatico alla speranza di vita prima del 2045 significa far esplodere i conti. Scaricandone il peso sui giovani di oggi.
Giovani che non avrebbero alcun vantaggio dal congelamento della speranza di vita, chiesto dai sindacati. Né sotto il profilo della staffetta: uno studio Ocse, tra gli altri, dimostra che i posti per i giovani crescono se cresce il Pil, non se gli anziani vanno in pensione. Né sotto il profilo del conto da pagare. Sotto quest’aspetto, i trentenni e quarantenni di oggi andranno in pensione dopo il 2045, con una curva della spesa previdenziale messa in sicurezza. Ecco perché già oggi sembra logico ragionare di come sganciare queste generazioni da un meccanismo dell’adeguamento due volte penalizzante. Primo, perché vanno in pensione a 70 anni. Secondo, perché quel sistema è di fatto già insito nel modo in cui viene calcolato il loro assegno, e cioè con il metodo contributivo: prendi in base ai contributi versati, se lavori di più hai una pensione più alta. Il contrario del retributivo, laddove fino al 1996 – quando intervenne la riforma Dini – la pensione era determinata in base agli ultimi stipendi e non aveva nessun tipo di aggiustamento attuariale.
I giovani quindi si trovano in pieno nelle regole Dini. Sommano anche quelle di Sacconi-Tremonti: l’età che si adegua e cresce. E si portano dietro pure le ultime della Fornero: anche i contributi per la pensione di anzianità aumentano con la speranza di vita. Risultato: a metà secolo, pensione a 70 anni di età o con 45 anni di contributi. Troppo.
Repubblica – 17 ottobre 2017

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