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I numeri Aran. Premi Pa in busta paga: scuola e sanità ai minimi, agenzie fiscali al top. A guidare la distribuzione è la disponibilità dei fondi più che una valutazione reale

Il Sole 24 Ore. Un premio medio che viaggia sotto i 50 euro lordi al mese, come accade nella scuola, può davvero incentivare il personale a lavorare meglio? E che effetto può avere un incentivo pro-capite intorno ai 150 euro, sempre lordi, come quello che si incontra nei ministeri? Nel nuovo Rapporto sulle retribuzioni del pubblico impiego l’Aran, l’agenzia negoziale che rappresenta la Pa come datore di lavoro nei rinnovi contrattuali e nella loro gestione, ha deciso di indagare sui premi che arrivano in busta paga ai dipendenti pubblici, un terreno fin qui quasi inesplorato sul piano dell’analisi sistematica. I numeri messi in fila dall’agenzia guidata da Antonio Naddeo indicano tre cose.

La prima: il quadro della premialità nella Pubblica amministrazione è sostanzialmente fermo, nel senso che il peso dei premi sul totale degli stipendi rimane più o meno stabile negli anni nei diversi comparti. Tra un settore e l’altro le differenze invece sono importanti, e collocano agenzie fiscali ed enti pubblici non economici (Inps, Inail, Aci e così via) in cima alla graduatoria dei premi, che sono invece quasi assenti nella scuola e negli enti di ricerca e restano leggeri in sanità, ministeri ed enti territoriali. La terza in realtà è una cosa non detta: e riguarda le modalità di distribuzione dei premi, che sono una variabile cruciale ma restano al buio in assenza di un’analisi puntuale sui dati individuali che ancora non c’è ed è complicatissima da costruire.

Le cifre generali, però, già da sole parlano un linguaggio piuttosto chiaro. Per capirle meglio basta uncenno all’architettura delle buste paga pubbliche, che è divisa nei fatti in quattro capitoli: il pilastro centrale è il tabellare, la retribuzione di base stabilita dai contratti per ogni posizione economica, ed è rinforzata da un’indennità fissa che cambia nome da comparto a comparto (è «di amministrazione» nei ministeri e nelle agenzie fiscali, è «di comparto» negli enti territoriali e così via); c’è poi un gruppo di indennità variabili che pagano prestazioni specifiche come i turni o particolari condizioni di rischio e disagio. E poi arrivano i premi.

In termini di peso percentuale sul totale dello stipendio, si diceva, la classifica è aperta dalle agenzie fiscali, dove gli incentivi pesano intorno al 14% della busta paga con un valore pro capite che si avvicina ai 6mila euro lordi all’anno.

Appena dietro si incontrano gli enti pubblici non economici, dove ci si ferma al 13% e cioè intorno ai 5mila euro medi annui. Ma non sono queste le cirfe più rappresentative della pubblica amministrazione.

Perché nel suo cuore, costituito da ministeri, sanità ed enti territoriali, i numeri scendono parecchio e non arrivano ai 2mila euro lordi all’anno, oscillando fra il 7% di premi sul totale della busta paga nei ministeri, il 6% negli enti territoriali e il 5% nella sanità. Fino al caso limite dell’istruzione, che limita i premi al 2% dello stipendio nella scuola e negli enti di ricerca e li riduce ulteriormente all’1% nel caso del personale tecnico-amministrativo delle università. Perché evidentemente la cultura non va d’accordo con il concetto di stipendio differenziato dagli incentivi; lo confermano le polemiche incendiarie che accompagnano ogni tentativo di riforma nella scuola, compresa l’ultima appena lanciata dal governo Draghi fra mille resistenze.

Ma come vengono distribuiti questi soldi, che valgono circa 2,2 miliardi all’anno secondo i calcoli del conto annuale del personale realizzato dalla Ragioneria generale dello Stato?

Come accennato, le cifre da sole non permettono di indagare i criteri che guidano i premi. Ma qualche elemento lo offrono. Non troppo incoraggiante.

I premi, prima di tutto, crescono con gli stipendi, nel senso che dove ci sono più soldi ci sono più premi. Agenzie fiscali ed enti pubblici non economici infatti sono in testa sia alla graduatoria degli incentivi sia a quella delle retribuzioni lorde medie. L’eccezione è rappresentata dagli enti di ricerca: dove gli stipendi, intorno ai 34mila euro lordi all’anno, sono un po’ sopra la media della Pa, ma i premi sono limitati al minimo.

Un livello di premi significativo, avverte la stessa Aran, è solo la «condizione necessaria» per una «struttura retributiva incentivante», ma da sola non è sufficiente. Se però il criterio chiave è la disponibilità economica nel fondo accessorio, il merito rischia di perdersi.

Un secondo indizio è dato dalla storia degli ultimi anni nei settori con i premi più larghi. Negli enti pubblici non economici c’è stata una discesa netta dai piccchi del 2011, contemporanea a un freno alla spesa di personale che ha evidentemente coinvolto i premi. Nelle agenzie fiscali invece si è tornati ai livelli del 2005 dopo una lunga flessione utilizzata secondo l’Aran come «ammortizzatore temporaneo» della spesa. A girare la ruota dei premi, insomma, sembra essere il bilancio più che reali sistemi di incentivazione del merito. Al punto che lo stesso Rapporto indica un’altra voce, quella della Responsabilità, come «leva di notevole interesse in chiave gestionale».

Oggi in termini economici complessivi non vale quasi nulla, perché si attesta fra l’1 e il 2% della busta paga con l’eccezione degli enti territoriali dove arriva al 4%. Ma lega i soldi in più in busta a posizioni specifiche di responsabilità o coordinamento, attribuite a quote limitate di personale.

Con un criterio evidentemente più concreto nella ricerca delle «situazioni di marcata eccellenza» rispetto ai sistemi di valutazione del merito individuale che fin qui hanno dimostrato di funzionare molto meglio nei convegni e nelle consulenze che nella realtà operativa dei singoli uffici.

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