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I padri ora scoprono il congedo. Sono 90mila all’anno solo tra i privati. Il permesso raddoppia a 4 giorni, più 1 facoltativo

Aumentano ma sono ancora pochi i neopapà che si assentano dal lavoro utilizzando i congedi previsti dalla legge. Neppure il (brevissimo) periodo obbligatorio introdotto dal 2013 dalla riforma Fornero e pagato al 100% dall’Inps gode di buona fortuna. Si tratta di un “mini-permesso” da utilizzare entro cinque mesi dalla nascita, dall’adozione o dall’affidamento del figlio: inizialmente si trattava di un giorno, è stato portato a due giorni nel 2016 e nel 2017 e quest’anno sale a quattro giorni.

Ebbene: due anni fa (il periodo più recente monitorato dall’Inps) il congedo – per quanto obbligatorio – è stato utilizzato solo dalla metà dei neopapà che ne avrebbero avuto diritto. Il dato è frutto di una stima calcolata a partire dai dati Inps e Istat sul numero dei lavoratori, della popolazione e delle nascite. Molti meno – appena il 5% dei potenziali beneficiari – sono stati invece i papà che hanno sfruttato il congedo facoltativo (in origine di due giorni e che quest’anno scende a un giorno solo), da scalare dai cinque mesi di maternità obbligatoria della madre.

Ma negli anni il successo dei congedi tra i neopapà è aumentato. Rispetto al 2013, anno del debutto, nel 2016 i beneficiari del congedo obbligatorio sono saliti dell’84% (da 50.474 a 92.858) e quelli del congedo facoltativo del 69,1% (da 5.432 a 9.186). È quanto emerge dai dati dell’osservatorio Inps, che però monitora solo i lavoratori dipendenti del settore privato e non i dipendenti pubblici, che hanno pure diritto a questi congedi. Dal beneficio sono invece esclusi gli altri lavoratori, come autonomi e parasubordinati.

Sui numeri ancora contenuti dei padri che ne hanno beneficiato incide la scarsa conoscenza dei nuovi congedi: un aiuto minimo nella sostanza ma dal significato rivoluzionario, visto che in Italia la cura dei figli è ancora perlopiù affidata alle madri. «Un inizio e un segnale», li aveva definiti Elsa Fornero, quando da ministro del Lavoro del Governo Monti li aveva tenuti a battesimo insieme ai voucher per l’asilo nido o la baby sitter, misura pensata per favorire il rientro al lavoro delle neomamme. A creare dubbi e confusione sulla possibilità di utilizzare i congedi ha contribuito di certo il fatto che la norma è stata sottoposta a proroghe e modifiche nel corso degli anni. Al debutto, infatti, l’astensione per i neopapà è stata introdotta in via sperimentale per tre anni, dal 2013 al 2015: il congedo obbligatorio era di un giorno e quello facoltativo (in sostituzione della madre) di due giorni. Nel 2016 è arrivata la prima proroga con modifiche: il congedo obbligatorio è stato portato a due giorni e sono stati confermati i due giorni di congedo facoltativo. Nel 2017, seconda proroga per il congedo obbligatorio di due giorni, ma non per il congedo facoltativo, che quindi non spetta a chi è diventato papà lo scorso anno. Quest’anno, nuova modifica: i giorni di congedo obbligatorio diventano quattro e torna anche il congedo facoltativo, ma solo per un giorno.

Un’evoluzione continua, quindi, che può avere spiazzato i neopapà potenziali beneficiari. Inoltre, «va considerato – spiega Giovanna Ventura, segretaria confederale Cisl – che, anche se non si utilizza il congedo obbligatorio, non sono previste sanzioni. Poi, l’assenza del padre dal lavoro per stare con i figli è ancora vista male in molti contesti e a volte si traduce in una penalizzazione. Questo vale anche per il congedo parentale, storicamente poco usato dai papà».

Infatti, a beneficiare dell’astensione facoltativa dal lavoro, che spetta sia alle madri sia ai padri, sono perlopiù le prime: secondo il monitoraggio Inps, sui 311.720 lavoratori (dipendenti del settore privato, autonomi e parasubordinati) che hanno sfruttato il congedo parentale nel 2016, 52.567 sono padri (tutti dipendenti del settore privato: gli autonomi e i parasubordinati ne hanno diritto solo in caso di grave impedimento della madre). Su questi numeri incide però il fatto che il congedo parentale (che può durare dieci mesi, elevabili a 11 se il padre ne utilizza almeno tre) è retribuito dall’Inps solo al 30% e solo per i primi sei mesi: regole che spingono l’utilizzo da parte del genitore con il reddito più basso, spesso la donna.

Negli ultimi anni, però, anche l’appeal dei congedi parentali tra i papà è cresciuto: i beneficiari tra il 2013 e il 2016 secondo l’Inps sono aumentati del 54,1 per cento.

Un balzo che testimonia l’avvio di un cambio culturale? «Noi siamo convinti di sì – afferma Ventura -: anche l’asimmetria della distribuzione dei compiti familiari, che pure resta, sta diminuendo. Ora occorre fare un salto di qualità: servono congedi per i padri ampiamente retribuiti e di durata congrua e che almeno nei primi anni di operatività siano obbligatori. Peraltro, i permessi di paternità sono uno degli istituti più diffusi nella contrattazione di secondo livello, che già in passato ha spesso sperimentato innovazione sociale che poi la legge ha recepito ed esteso a tutti. Qui il diritto da sancire è quello dei bambini a crescere accompagnati da madre e padre, con tempi e modi che poi ogni famiglia può scegliere».

Valentina Maglione – Il Sole 24 Ore – 15 gennaio 2018

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