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I piani del Governo. Pensioni: opzione donna e stop Ape social, poi quota 100. Torna la stretta sui contratti a termine, rispuntano le causali

Tra le ipotesi di riforma allo studio del nuovo governo spicca una revisione del Jobs act, con il superamento del decreto Poletti che ha “liberalizzato” i contratti a tempo determinato eliminando la causale. E accanto all’investimento sui centri per l’impiego (2,1 miliardi) la revisione del sistema di politiche attive. Faro anche sullo sgravio agli under 35 visti i modesti risultati ottenuti. Sul fronte pensioni, l’obiettivo è di accelerare il più possibile il restyling per aprire la strada a quota 100. Subito stop ad Ape social e ok a «opzione donna».

Il cantiere della previdenza

Accelerare il più possibile il restyling sulle pensioni per aprire la strada a quota 100. Uno dei primi obiettivi che intende centrare il governo pentaleghista guidato da Giuseppe Conte resta questo. A ribadirlo è stato ieri via facebook il nuovo ministro dello Sviluppo economico e Lavoro, oltre che vicepremier, Luigi Di Maio, in linea con le priorità indicate anche da Matteo Salvini e soprattutto con il “contratto” gialloverde: «Applicheremo la misura quota 100 per superare la Fornero». Ma il leader politico dei Cinquestelle non ha fornito dettagli sulla tempistica dell’intervento. Che, con tutta probabilità, potrà vedere la luce solo in autunno insieme alla misura che dovrà garantire un possibilità di uscita con 41 anni (e forse sei mesi) di contribuzione a prescindere dall’età anagrafica. Anche perché i costi di questa operazione non sono trascurabili: non meno di 5 miliardi l’anno secondo le stesse stime di Movimento Cinque stelle e Lega (almeno 14-15 miliardi l’anno per l’Inps). Il capitolo previdenza potrebbe essere però presente nell’eventuale decreto estivo al quale sta pensando il governo con lo stop all’Ape social e il ripristino di “opzione donna”.

La cancellazione dell’Ape social, studiata dal “gabinetto” Renzi ed estesa a una platea più ampia di lavoratori dall’esecutivo Gentiloni, scatterebbe a partire dal 1° gennaio 2019 (anche se non è escluso uno stop anticipato), e consentirebbe al governo gialloverde di recuperare oltre 600 milioni da riutilizzare a copertura degli altri interventi da varare per superare la legge Fornero. Tra questi c’è l’opzione donna, ovvero la possibilità di uscire con 57-58 anni di età anagrafica e 35 anni di contributi (anche se l’asticella potrebbe essere alzata a 36 o 37 anni) vedendo però calcolato l’assegno interamente con il metodo contributivo. Una misura, cara ai Cinquestelle, che era stata prevista dalle leggi di bilancio per il 2016 e per il 2017 ma che non era stata prorogata dall’ultima manovra, approvata alla fine dello scorso anno dal Parlamento sancendo di fatto la fine della diciassettesima legislatura.
Da un monitoraggio dell’Inps aggiornato ad aprile di quest’anno emerge che dall’inizio del 2016 sono state erogate con i requisiti di opzione donna poco meno di 28mila pensioni per un onere complessivo di poco superiore ai 118 milioni. La fotografia scattata dall’Istituto guidato da Tito Boeri evidenzia anche dalla sola ultima proroga prevista dalla legge di bilancio per il 2017 sono sgorgati 1.035 assegni (per un onere di 5,3 milioni). Una ripartenza sarebbe insomma subito fattibile visto anche il costo non proibitivo per le casse dello Stato.

Più complessa la partita su quota 100 (uscita con un mix di età anagrafica, partendo da almeno 64 anni, e contributiva) e quota 41 anni (a prescindere dall’anzianità contributiva) da estendere a tutti i lavoratori a differenza di quanto previsto attualmente con la possibilità di uscita anticipata per il soli “precoci”. E ne è consapevole anche Di Maio che per le prossime settimane dovrebbe guidare i due ministeri di Lavoro e Sviluppo economico utilizzando lo strumento dell’interim prima di procedere all’accorpamento vero e proprio per il quale servono tempi abbastanza lunghi.
Al di là delle coperture da trovare, e dei rischi di mancata sostenibilità con cui secondo diversi esperti potrebbe fare i conti il sistema previdenziale nel medio periodo, un intervento per ripristinare i pensionamenti di anzianità potrebbe avere ricadute anche sull’andamento del nostro debito. Nell’ultimo Def “tendenziale” targato Gentiloni-Padoan si evidenzia che senza le riforme pensionistiche varate dal 2004, legge Fornero compresa, il debito pubblico avrebbe raggiunto un livello pari al 150% del Pil nel breve periodo, per schizzare al 200% negli anni in cui si pensioneranno i baby boomers, tra il 2030 e il 2040.

Ma la maggioranza pentaleghista è convinta del fatto suo ed è pronta a far scattare l’operazione al più tardi con la prossima manovra. Proprio in quella sede dovrà necessariamente essere sciolto il nodo dell’adeguamento all’aspettativa di vita che il M5S vuole bloccare, a differenza del Carroccio che intende tenerlo in vita. I sindacati, da parte loro, attendono di capire mosse e tempi. «Non bastano i titoli», ha detto ieri Susanna Camusso.

Contratti a termine, rispuntano le «causali»

Una prima spallata al Jobs act, con il superamento del decreto Poletti del 2014 che ha “liberalizzato” i contratti a tempo determinato, eliminando la causale, per l’intera durata dei 36 mesi. Accanto all’investimento di 2,1 miliardi di euro sui centri per l’impiego, accompagnato dal restyling dell’attuale sistema di politiche attive introdotto, nel 2015 con la riforma Renzi-Poletti, che fa perno sulla nuova Agenzia, Anpal, che rischierebbe, quindi, di essere “fortemente rivista”, se non chiusa, e sui servizi privati accreditati, che vedrebbero, quanto meno, limitato il proprio raggio d’azione, a favore delle strutture pubbliche.
Partirebbe da questi capitoli la «revisione» della riforma del mercato del lavoro targata Renzi-Poletti allo studio del neo ministro, e leader politico del M5S, Luigi Di Maio. Le proposte tratteggiate, a grandi linee, nel «contratto per il governo» redatto dalla coalizione giallo-verde sarebbero già in corso di approfondimento tecnico (e politico). Anche ieri, del resto, lo stesso Di Maio è tornato a mettere nel mirino il Jobs act, reo, a suo dire, di aver creato troppa precarietà, che pertanto, ora, «va ridotta».
Di qui l’idea di reintrodurre “paletti” sull’utilizzo dei contratti a termine. Il tema è estremamente delicato, specie in una fase economica, come questa, caratterizzata da forti incertezze e da una crescita che stenta a decollare (si ricorderà, nel 2012, ovvero in piena crisi, quando l’allora ministro Elsa Fornero irrigidì il mercato del lavoro, l’unico effetto che produsse fu quello di bloccare le assunzioni).
Certo, da marzo 2014 (varo del decreto Poletti) ad aprile 2018 (ultimo dato diffuso nei giorni scorsi dall’Istat) i dipendenti a termine sono cresciuti di 726mila unità, con un picco registrato dal secondo semestre 2017 (in parte questo strumento ha sostituito gli abrogati voucher e le false collaborazioni).
L’ipotesi, su cui si starebbe ragionando, è il ripristino delle “causali”, vale a dire le ragioni giustificatrici del ricorso, da parte del datore, a un contratto a tempo determinato. L’altra strada percorribile, che sembra però perder quota, è quella di un aggravio dei costi per scoraggiare possibili eccessi (già oggi, tuttavia, i contratti a termine sono più cari, dovendo il datore pagare l’addendum dell’1,4% introdotto nel 2012 per finanziare il sussidio di disoccupazione, allora Aspi, ora Naspi).
Una decisione finale su eventuali ritocchi al decreto Poletti non è ancora stata presa; e quindi non si sa se l’intervento troverà (o meno) spazio nell’annunciato “decreto estivo”. O si farà in autunno.
È invece in pole position il cambio di rotta su politiche attive e centri per l’impiego. Ci si muove nel solco del Titolo V della Costituzione, che assegna la materia alla potestà concorrente Stato-Enti territoriali. L’idea è tornare a fissare, a livello centrale, livelli essenziali di prestazioni (sulla falsariga della sanità), lasciando la gestione “sul campo” a Regioni ed ex Province.
La maxi iniezione di 2,1 miliardi sui centri per l’impiego serviranno a tre scopi: formazione del personale; incremento dei servizi di politica attiva; introduzione di standard di qualità delle singole prestazioni da erogare ai disoccupati. A tutto ciò si affiancherebbe il debutto della banca dati unica nazionale che raccoglie tutte le informazioni su misure attive e passive. Oggi la spesa media annua per assistere chi non ha un impiego è circa 200 euro (in Germania, per esempio, si viaggia a 3.200 euro). I centri per l’impiego, inoltre, nonostante il Jobs act, continuano a fornire prestazioni inadeguate in larga parte del Paese (a livello nazionale il placement è intorno al 3%). Una parte del finanziamento aggiuntivo ai centri per l’impiego potrebbe arrivare dalle nuove risorse in campo, da luglio, per il reddito d’inclusione (Rei); fondi che poi verrebbero rimessi e potenziati in legge di Bilancio 2019 (nel disegno M5S-Lega infatti il rafforzamento dei centri per l’impiego è la precondizione per il “reddito di cittadinanza”).
Da segnalare infine il faro acceso pure sull’incentivo per stabilizzare under35, under30 dal 2019, in vigore da gennaio. I dati dei primi mesi dell’anno sono modesti. Di qui il ragionamento del nuovo esecutivo se abbandonare lo strumento per un incentivo strutturale e più forte, sempre nell’ottica di spingere i contratti fissi e ridurre la precarietà. Sul tema è intervenuto ieri anche l’economista Enrico Giovannini, che ha mostrato realismo: «Se c’è una prospettiva di crescita le aziende sono pronte anche a utilizzare gli sgravi – ha detto l’ex ministro del governo Letta -. Se invece a dominare è l’incertezza allora non ci sono incentivi che tengano, e i datori continueranno a preferire i contratti a tempo determinato».

Il Sole 24 Ore – 3 giugno 2018

 

 

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