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I pirati dei contratti. In Italia un Far West di mille accordi collettivi firmati nel 75% del casi senza sindacati. Così stipendi e condizioni di lavoro sono crollati

Giuseppe Bottero, la Stampa. Quasi mille contratti, figli di una folle corsa a firmare accordi che rischia di far crollare il valore delle buste paga e abbattere le condizioni di lavoro. L’Italia che adesso scopre gli stipendi da fame e si straccia le vesti, da troppo tempo chiude un occhio di fronte alle intese siglate tra aziende e sindacati improbabili, spuntati dal nulla: patti al ribasso che, denunciano su “La Voce” gli economisti Andrea Garnero e Claudio Lucifora, hanno «portato a un rapido deterioramento del sistema di contrattazione collettiva». La fotografia del Far West è nei numeri del Cnel, il consiglio nazionale guidato da Tiziano Treu: negli ultimi dieci anni il numero delle intese collettive è salito dell’80 per cento, arrivando a toccare superare quota 990 nei mesi della pandemia.
Un record. Di queste, dice un’indagine della Fondazione di Vittorio, soltanto 215 hanno la sigla delle federazioni di categoria affiliate a Cgil, Cisl e Uil. La maggior parte delle altre sono il frutto di compromessi raggiunti con associazioni minori, in troppi casi improvvisati. Quante persone coprono? Sul tema non c’è unanimità. Ma «in ogni caso – dice Garnero – hanno l’effetto di una minaccia su chi negozia».
In qualche modo, abbassano l’asticella delle aspettative e offrono una scappatoia alle imprese. Il risultato? Trattamenti diversi e stipendi che, per lo stesso compito e su redditi medio-bassi, prevedono differenze importanti, anche di 500 euro al mese. È concorrenza sleale, e c’è chi dice possa sostituire le logiche malate delle delocalizzazioni. Prima si spostavano le fabbriche dove il lavoro costava meno. Adesso, in un mondo sempre più ristretto dal Covid e dalla guerra, si appaltano le commesse a chi, grazie ai «contratti pirata», paga meno i dipendenti e consente di avere margini più alti. Una vergogna a cui, sostiene l’ex ministro Cesare Damiano, «potrebbe porre un freno il salario minimo». È una soluzione attorno alla quale sta ragionando anche il governo, che ha già tracciato le linee guida di una Anagrafe dei contratti con l’impegno importante di Inps e Cnel. I tempi sono stretti e il tema preoccupa soprattutto in questi mesi in cui il tasso di inflazione è tornato a livelli che non si vedevano da una generazione, e c’è da rinnovare oltre un contratto nazionale su due. —

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