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I positivi a casa sono 100mila, ma l’assistenza è ancora al palo. Attivate solo metà delle Usca. Assunte poche centinaia di infermieri di famiglia sui 9600 previsti dal decreto Rilancio

Il Sole 24 Ore. Dopo la trincea degli ospedali e dei preziosi posti letto in terapia intensiva le cure a casa sono state l’altra spina nel fianco della prima ondata, ma a 8 mesi dall’emergenza sembra che la lezione non sia stata ancora appresa. Mancano ancora in diverse Regioni e nei numeri previsti – ne sarebbero state attivate solo metà – le Usca, le Unità speciali di continuità assistenziale nate con il compito di seguire i casi sospetti o conclamati di Covid-19 direttamente a casa. Ancora più fallimentare l’opperazione per assumere 9600 infermieri di famiglia, previsti a maggio nel decreto rilancio che ha stanziato quasi 1 miliardo per il 2020 e il 2021. Queste nuove figure dovevano potenziare il territorio diventando una nuova figura di riferimento per le famiglie, a partire dall’emergenza Covid. Ma al momento ne sarebbero stati assunti non più di poche centinaia in un drappello di Regioni.

Ieri i malati di Covid in casa in isolamento domiciliare hanno superato quota 100mila (100496) e per loro le giornate in molti casi sono segnate dalle infine attese di una telefonata dell’Asl per decidere un tampone o monitorare il proprio stato di salute. Di altro c’è poco o nulla, a partire appunto dalle Unità speciali di continuità assistenziale, le famigerate Usca, micro-team composti da 4-5 tra medici e infermieri dotati di tutte le protezioni e immaginate nel pieno dell’emergenza nel marzo scorso per fornire la prima assistenza bussando a casa dei malati di Covid.

Di monitoraggi ufficiale e recenti su quante sono le Usca non ce ne sono, anche se prima dell’estate il numero era di circa 600 complessive attivate in 15 Regioni (Abruzzo, Basilicata, Emilia Romagna, Campania, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Valle d’Aosta, Sicilia, Toscana, Veneto, Lazio, Friuli Venezia Giulia e Calabria). Un numero basso, circa la metà di quanto aveva previsto il decreto sulla Sanità (14/2020) emanato in fretta e furia a marzo dal Governo e voluto dal ministro della Salute Roberto Speranza per provare ad arginare la prima ondata. Quel decreto aveva stanziato i fondi e stabilito che ogni Regioni mettesse in pista una Usca ogni 50mila abitanti – quindi in tutto 1200 – entro un mese e dunque entro lo scorso aprile. Ma queste unità speciali sono partite in ritardo inserendo oltre ai medici di continuità assistenziale anche assunzioni di giovani medici a tempo determinato. Tra l’altro nel decreto Rilancio di maggio scorso sono stati stanziati altri 60 milioni per potenziare le Usca, ma di nuove attivazioni da allora non ne risultano.

E sempre lo stesso decreto ha stanziato 330 milioni per il 2020 e 460 milioni per il 2021 per assumere 9600 infermieri di famiglia. Una nuova figura del Servizio sanitario per le cure a casa da sfruttare da subito nell’emergenza Covid. Anche qui però si è mosso poco. Le Regioni hanno messo a punto le linee guida con i requisiti di questa nuova figura solo il 10 settembre scorso. Al momento pochissime Regioni avrebbero cominciato ad assumere gli infermieri di famiglia per non più di qualche centinaio di unità: si tratta in particolare di Veneto, Emilia Romagna e Toscana da sempre Regioni capofila nelle cure territoriali. Tra l’altro dalla Fnopi – l’Ordine delle professioni infermieristiche – segnalano che queste assunzioni si stanno concretizzando con contratti atipici (tempo determinato, cococo ecc.) come previsto dal decreto rilancio e vista la carenza di nuovo personale a causa dei ridotti posti a bando nelle università alcune Regioni li stanno assumendo dalle Residenze per anziani dove sono quasi tutti liberi professionisti.

Marzio Bartoloni

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