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I redditi. Medici e notai tra i nuovi ricchi, passo indietro degli imprenditori. Il lavoro dei libero professionisti ora rende di più

Circa 40 mila italiani hanno moltiplicato rapidamente il loro guadagno scalando le classifiche nazionali Uno studio del francese Piketty dimostra come il lavoro dei liberi professionisti ora renda di più

FEDERICO FUBINI. CI FU il giorno in cui, da Bordighera a Santa Maria di Leuca, sparirono gli yacht. L’Italia sull’orlo del precipizio, per l’ennesima volta si era messa nelle mani di un «tecnico» per salvarsi e Mario Monti in gran fretta tassò anche le imbarcazioni da diporto. Molti s’indignarono quando queste si dissolsero dai moli del Paese per riapparire poco dopo a Capodistria o Ajaccio. Meno frequente allora fu un’altra domanda: com’era stato guadagnato, e da quante persone, il denaro con cui erano state comprate quelle barche?

La risposta: è stato accumulato da poco più di 40 mila persone, sempre meno propense a rischiare il loro capitale in un’impresa capace di creare lavoro e sempre più dedite a generare grandi profitti con qualcosa che, nelle statistiche, va sotto il nome di «lavoro autonomo»: studi medici, notai, avvocati o commercialisti di punta. In genere qualunque attività, magari utile e difficile, si possa svolgere dietro una targa di ottone con l’ausilio di una segretaria o poco più. I dati dicono che il ceto vincente degli ultimi trent’anni è il loro: lo 0,1% più ricco della popolazione, la sezione di italiani che negli ultimi ha visto aumentare più rapidamente i propri introiti e la propria fetta nel reddito nazionale.

Per loro è raddoppiata dall’1,5% al 3% fra il 1984 e il 2007, per poi restare attorno a quei livelli da allora.

Oggi che un nuovo premier applica ai funzionari dello Stato la regola Olivetti («nessuno guadagni oltre 12 volte più di chi percepisce meno »), queste misurazioni tornano attuali. E per l’Italia mostrano alcune differenze rispetto agli altri Paesi occidentali. Aiuta a capirci di più il successo degli studi sulle diseguaglianze dell’economista francese Thomas Piketty. Con Tony Atkinson, Piketty ha raccolto una banca dati elettronica sugli alti redditi in una trentina di Paesi. Per l’Italia si è basato sulle ricerche di Facundo Alvaredo e Elena Pisano, che hanno lavorato su milioni di dichiarazioni fiscali dal ’74 al 2009. E certo l’evasione può aver falsato un po’ il quadro, ma il risultato è sorprendente.

Non è tanto che lo 0,1% più ricco corra molto più veloce persino dell’1% più ricco o del 10% che sta meglio, benché chiaramente sia così. La fetta di reddito nazionale che va al decimo più benestante della popolazione è rimasta quasi stabile dal ’74 al 2009, salendo appena dal 30% al 34%. Quella che va all’1% invece è cresciuta di circa un terzo. Ma quella che va allo 0,1% più ricco, i circa 42 mila italiani che compongono l’uno per mille dei più ricchi, è appunto esplosa fino a raddoppiare. Il reddito annuo di un esponente medio di questa comunità quarant’anni fa valeva 203 mila euro (tradotto in valori correnti del 2010), mentre nel 2007 si era moltiplicato di una volta e mezza fino a 557 mila euro l’anno. Ma questo appunto non distingue molto l’Italia dagli altri Paesi industriali. Anche in Francia la quota di reddito nazionale controllata dall’uno per mille più facoltoso è salita, dall’1,65% di trent’anni fa al 3%. In Germania è sopra al 4%. E negli Stati Uniti il cosiddetto «top 0,1%» dei ricchissimi arriva oggi a controllare un’incredibile 11,33% del reddito.

No, per quanti crescenti siano questi squilibri ciò che distingue l’Italia è qualcos’altro: lo scarso dinamismo con cui vengono guadagnati i soldi dei più ricchi. La banca dati di Piketty e Atkinson rivela il crollo dei «redditi imprenditoriali» come quota dei ricavi dei 42 mila italiani seduti in cima alla piramide. Questi «redditi imprenditoriali »- frutto dell’investire, creare lavoro, vendere prodotti – rappresentavano il 20% degli introiti dei più ricchi nel 1986 ma sono solo il 4,5% oggi. Le quote da rendite da capitale o da immobili sono rimaste invece più o meno stabili, salendo solo in linea con l’aumento dei redditi dei ricchi. Ciò che esplode, dal 20% al 40% in quarant’anni, è invece il peso del lavoro autonomo nell’accumulazione di fortune: ciò che si svolge in un bell’appartamento del centro dietro una targa d’ottone, cioè a volte semplicemente una rendita professionale. Niente del genere avviene in Francia o ancora meno negli Stati Uniti, dove i capitalisti diventano ricchi (anche) perché creano ancora imprese.

In ogni Paese i poveri sono uguali, ma i ricchi lo sono in modo diverso e rispecchiano i problemi della società. Prima di Piketty, in Italia Gianni Toniolo e Giovanni Vecchi hanno lavorato sui bilanci delle famiglie e hanno scoperto un’anomalia: dai tempi dell’unità del 1861, solo negli ultimi vent’anni è emerso un aumento delle diseguaglianze unito a una frenata della crescita. Chi fa i soldi, lo fa in modo più inutile di prima

Repubblica – 7 maggio 2014 

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