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I sindaci, lo scontro con il governo e le riunioni sulle piazze da chiudere. Da Bari a Roma, liste con i luoghi da transennare. Speranza: pronto a firmare misure più restrittive. E la Lombardia è destinata a fare scuola

Monica Guerzoni, Corriere della Sera. Coprifuoco è la parola che spacca il governo, tanto che Giuseppe Conte ha chiesto alla squadra giallorossa di utilizzare ogni possibile sinonimo, per non spaventare i cittadini. Ma se la maggioranza dei ministri si lambicca da giorni alla ricerca di soluzioni alternative, l’ala del rigore spinge verso nuove chiusure, da far scattare più rapidamente possibile. La Lombardia che da giovedì spegne le luci alle 23 è destinata a fare scuola e a portarsi dietro altre Regioni, in difficoltà con le terapie intensive. Campania, Umbria, Valle d’Aosta, provincia di Bolzano… E poi, chissà. «Su tutte le misure più restrittive io sono favorevole a firmare», tiene pronta la penna il ministro della Salute, Roberto Speranza.

Il giorno dopo l’undicesimo Dpcm, nel governo sono in tanti a pensare che le nuove regole siano «troppo blande» e che bisogna sbrigarsi a concordarne altre, molto più stringenti. E forse anche più chiare. «Provo sconforto per un Paese in confusione» è l’umore di Carlo Bonomi, presidente degli industriali. Lo stesso premier si sarebbe reso conto domenica sera, poco prima di firmarlo, di aver scritto un provvedimento troppo prudente. Quando ha visto che palestre e piscine restavano aperte per l’opposizione di Spadafora, che la norma sullo smart working al 75% era stata stralciata dalla ministra Dadone e che Azzolina l’aveva spuntata sulle Regioni riguardo a didattica a distanza ed entrate scaglionate nei licei, Conte ha cercato una via d’uscita onorevole. Nasce così il cortocircuito istituzionale sul potere ai primi cittadini, che hanno respinto compatti il tentativo di «spostare la responsabilità sui sindaci, agli occhi dell’opinione pubblica». L’accusa è del presidente dell’Anci Antonio Decaro, protagonista della battaglia sul coprifuoco annunciato in tv alle nove della sera da Conte e poi sparito, nottetempo, dal testo del Dpcm.

Confindustria. La delusione di Bonomi: «Provo sconforto per un Paese in confusione»

Per capire il pasticcio bisogna partire dalla bozza che alle 19.30 arriva alle Regioni: «I sindaci dispongono la chiusura al pubblico, dopo le ore 21, di vie o piazze nei centri urbani, dove si possono creare situazioni di assembramento». Decaro trasecola, chiama Boccia e poi Speranza: «Da dove esce quella norma? Nessuno ci ha consultati». I ministri chiamano il premier e il problema sembra risolto. Macché. In tv Conte annuncia che «i sindaci hanno il potere di chiudere strade e piazze» per fermare la movida. I sindaci respingono lo «scaricabarile», non ci stanno a essere trattati da «parafulmine» del governo. Finita la conferenza stampa, comincia il pressing sul premier e a mezzanotte ecco il testo definitivo: peccato che è identico alla bozza. Nuova insurrezione dei sindaci, mediazione della ministra dell’Interno Lamorgese, telefonata di Conte a Decaro ed ecco che, alle 24.40, Palazzo Chigi fa dietrofront e dirama il testo ufficiale, da cui la parola «sindaci è sparita».

I dubbi sulle misure. Fra i ministri in molti pensano che le misure adottate siano blande

L’arrabbiatura resta e la confusione pure. A chi tocca far scattare il coprifuoco? «E se la gente si assembra nella via accanto?», lamenta Giorgio Gori. Da Napoli Luigi De Magistris rivela che i colleghi sono «neri» e hanno sfogato in chat l’indignazione per il «metodo scorretto». Alla fine saranno i sindaci a individuare le aree da chiudere, col supporto delle Asl e in coordinamento con le forze dell’ordine, che dovranno presidiarle. A Roma, nel Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza, oggi si decide quali vie e piazze transennare tra Campo de’ Fiori, Trastevere, Ponte Milvio, Pigneto e San Lorenzo. A Bologna le limitazioni sono già in atto. A Bari, Decaro ha già inviato al prefetto la sua lista di luoghi off limits.

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