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Il bilancio. Record di leggi varate: +75% ma solo grazie alle fiducie. Il governo ha blindato un provvedimento su tre: 107 volte in cinque anni

E’ ovvio: sul piano politico ognuno può giudicare come meglio crede la legislatura che si sta spegnendo. Ma basta dare un’occhiata a qualche numero – nel bene (quantità) e nel male (fiducie) – per verificare che negli ultimi cinque anni governo e Parlamento hanno lavorato tanto.
Nata nel 2013 in un Paese spaventato dalla recessione e zoppa per la non vittoria del Pd di Bersani, senza una maggioranza al Senato, con l’inedita presenza parlamentare di tre poli di cui uno (l’M5S) con quasi 200 parlamentari a esperienza zero e nonostante il terribile dramma della incapacità di eleggere il Presidente della Repubblica, la XVII legislatura ha saputo imboccare una strada ad alta produttività ed è arrivata a promulgare fra le 70 e le 90 leggi all’anno.
NORME A CONFRONTO
Se si fa il confronto con la legislatura precedente, quella avviata da Silvio Berlusconi nel 2008 e conclusa dalla fine del 2011 alla primavera del 2013 da Mario Monti, si scopre che l’approvazione di decreti e disegni di leggi (escludendo quindi norme di carattere internazionale che non dipendono da autorità italiane) si è impennata dai 25/30 provvedimenti annui della fase 2008/2011 ai 45/50 del 2014/2017. L’incremento percentuale impressiona: +75% circa.
Questa frenesia legislativa ha lasciato tracce profonde su molte materie anche se, paradossalmente, sulla torta finale manca la ciliegina della riforma dei meccanismi di varo delle leggi respinta dagli italiani con il referendum del dicembre 2016 che ha rimesso in sella quel Senato che gli stessi senatori avevano di fatto seppellito.
Ma cosa ha trasformato Montecitorio e Palazzo Madama in efficienti catene di montaggio legislative? Semplice: i voti di fiducia. Un vecchio vizio del parlamentarismo all’italiana, che per la verità il presidente Sergio Mattarella all’inizio del suo mandato ha cercato di tenere a freno. Giusta o sbagliata che fosse, la spinta riformista dei tre governi a guida Pd ha fatti sì che il ricorso alla fiducia si sposasse alla perfezione con il bicameralismo perfetto. E’ stato un crescendo. Secondo un monitoraggio del sito specializzato Openpolis.it, il governo Letta nel suo anno di vita ha fatto ricorso alla questione di fiducia in media per 1,1 volte al mese, quello Renzi per 2 volte al mese e quello Gentiloni per 2,58 volte. Risultato? In quasi 5 anni ben 107 voti di fiducia. Il 15,5% delle leggi dell’esecutivo Gentiloni è stato approvato con due o più voti di fiducia. Quasi una legge su tre delle 357 stampate sulla Gazzetta Ufficiale negli ultimi anni è passata con almeno un voto di fiducia.
NUOVO PROFILO
Di cosa si è occupato il Parlamento italiano in questi anni? La mole delle leggi assemblate (vedi grafico) è notevole ed è impossibile un riassunto completo. Se la precedente legislatura viene ricordata soprattutto per le leggi ad personam pilotate da Silvio Berlusconi, per le zampate anti-fannulloni del ministro della pubblica amministrazione Renato Brunetta, per la generosa ondata di cassaintegrazione e l’imbrigliamento dei conti pubblici di fronte alla recessione tessuto da Giulio Tremonti e infine per la mazzata pensionistica del governo Monti-Fornero che domò la ferocia dello spread, la XVII legislatura mostra un profilo assai più variegato e talvolta persino alto. Ad esempio, a parte le riforme costituzionali abortite, il bilancio dei risultati sul fronte dei diritti dei cittadini è senza dubbio robusto: le unioni civili per gli omosessuali, i diritti delle coppie etero conviventi, la legge sul fine vita, le garanzie sui disabili anche dopo la morte dei genitori, la legge antitortura costituiscono un pacchetto legislativo quadrato che scolpisce un altro spessore per il profilo dell’Italia.
Anche sul piano dell’economia è stata messa molta carne al fuoco. Non senza ragione, ai tre governi della legislatura viene rimproverato di non aver affrontato una stortura pesantissima come quella del debito pubblico che resta intorno a quota 130% del Pil. Tuttavia sull’altro piatto della bilancia spiccano provvedimenti economici di forte peso: primo fra tutti il piano Industry 4.0 del ministro dello Sviluppo Carlo Calenda che finalmente sta ponendo fine allo sciopero degli investimenti privati, strategici in un paese manifatturiero come l’Italia, con incentivi automatici (senza interventi della burocrazia) valutati nell’ordine dei 10 miliardi di euro. E grazie anche alla politica monetaria anti-choc della Bce di Mario Draghi e all’appoggio alle riforme garbatamente praticato dalla Commissione Europea, nelle varie finanziarie degli ultimi anni sono stati infilati provvedimenti espansivi come la riduzione dell’Irpef per 80 euro mensili per 10 milioni di italiani, la sforbiciata dell’Ires e dell’Irap per le imprese, l’eliminazione dell’Imu sulla prima casa, la riduzione dei contributi per i giovani neoassunti a tempo indeterminato.
Coraggio e determinazione governi e parlamentari l’hanno mostrata anche su un tema delicatissimo come quello del lavoro: la legge sul Jobs Act che consente il licenziamento dei neoassunti pagando una indennità crescente non ha prodotto una fase di macelleria sociale e ha portato al crollo (-80%) delle cause di lavoro. Inoltre alcune norme del Jobs Act sono state estese alle partite Iva con una operazione di inclusione sociale che ha rari precedenti in Italia.
Ma forse la svolta politico-sociale più innovativa della legislatura è quella che ha riguardato la lotta alla povertà. Per la prima volta nella storia italiana le famiglie con minorenni in povertà assoluta (con redditi inferiori ai 6.000 euro annui) avranno un aiuto economico in cambio della promessa (verificabile) di uscire dalla loro condizione. In burocratese la misura si chiama Rei (Reddito di inserimento), in termini più comprensibili significa che nel 2018 almeno 7/800.000 ragazzini poveri italiani staranno un po’ meglio. Mentre, nonostante i mesi di polemiche, dello Ius soli non se n’è più fatto niente.

Il Messaggero – 29 dicembre 2017

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