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Il blitz per gli aumenti dei furbetti di Rovigo. Caduta la giunta, i dirigenti comunali si sono spartiti 70 mila euro in poche ore

di Gian Antonio Stella. «I soliti terroni!» Ve li immaginate i commenti inveleniti di tanti veneti e padani in genere se quanto è successo a Rovigo fosse capitato a Catanzaro o Foggia, Messina o Avellino? Apriti cielo: «I soliti terroni!» E piccolo golpe furbetto dei dirigenti comunali rodigini, che si sono spartiti 70 mila euro di premi di rendimento nel brevissimo intervallo trascorso tra il rovesciamento del sindaco e la nomina del commissario prefettizio, è avvenuto invece proprio nella brava, operosa, virtuosa provincia veneta.

Confermando quanto già è sotto gli occhi di tutti: Io strapotere di una parte della casta burocratica, in questi anni di decadenza morale, culturale e professionale della classe politica, riguarda tutto il Paese. Da Lampedusa a Vipiteno, da Gorizia a Bardonecchia. Poi, certo, moltissimi dipendenti pubblici, con buste paga spesso basse e poche soddisfazioni, fanno giorno dopo giorno il loro dovere. Ma che ci sia una quota di arroganti mandarini è fuori discussione. Riassumiamo: il sindaco pidiellino di Rovigo Bruno Piva viene abbattuto dalle dimissioni della maggioranza dei consiglieri comunali alle 9.49 del 15 luglio. Cinque ore e 41 minuti più tardi, alle 15.30 in punto, il governo ufficializza la nomina del commissario prefettizio, Claudio Ventrice. Bene: in quella manciata di ore in cui non comanda nessuno i massimi dirigenti municipali infilano Io sblocco di «16 posizioni organizzative», per dirla in burocratese, congelate dalla giunta appena decaduta. Per tradurlo in linguaggio comprensibile: provvisoriamente affrancati per brevissimo tempo da ogni controllo politico, gli alti funzionari prendono in contropiede il commissario e si spartiscono aumenti da 5.195 e i 12.500 euro lordi annui. Cioè da un minimo di 400 a un massimo di 1.000 euro al mese in più in busta paga. Immediata la rivolta dei sindacati, furenti contro la decisione: come hanno potuto quei dirigenti spartirsi in sedici il 70% dei 100 mila euro destinati agli incentivi che dovrebbero premiare i migliori fra i 300 dipendenti? Risposta di Michela Targa, segretario generale, ai giornalisti che le chiedevano conto del blitz: «Non ho niente da dire e non parlo. Decideremo su quali canali eventualmente fare comunicazioni». Sia chiaro: guai se gli incentivi fossero stati spartiti in parti uguali, come coriandoli, fra tutti i dipendenti. Gli aumenti di merito, come dice la parola stessa, devono andare a chi se Io merita di più. E può anche darsi che quei 16 prescelti siano davvero i più bravi, i più volenterosi, il più stakanovisti, più meritevoli di avere dunque gli incentivi. Ma il «modo» con cui hanno deciso di darseli approfittando del vuoto di potere di poche ore è un caso di furbizia insopportabile. «È un insulto al buon senso e al buon nome dei tanti dipendenti pubblici che non meritano di finire nel tritacarne del “dagli alla burocrazia” che viene invece alimentato, giustamente, proprio da comportamenti come questi», ha detto a Nicola Chiarini, del Corriere dei Veneto, il sottosegretario all’economia Enrico Zanetti. Parole d’oro. Tanto è vero che il piccolo golpe burocratico potrebbe essere annullato d’autorità, n commissario Io ha già sospeso. Meglio tardi che mai. di Gian Antonio Stella D blitz per gli aumenti dei furbetti di Rovigo ” soliti terroni!» Ve li immaginate i commenti inveleniti di tanti veneti e padani in genere se quanto è successo a Rovigo fosse capitato a Catanzaro o Foggia, Messina o Avellino? Apriti cielo: «I soliti terroni!» E piccolo golpe furbetto dei dirigenti comunali rodigini, che si sono spartiti 70 mila euro di premi di rendimento nel brevissimo intervallo trascorso tra il rovesciamento del sindaco e la nomina del commissario prefettizio, è avvenuto invece proprio nella brava, operosa, virtuosa provincia veneta. Confermando quanto già è sotto gli occhi di tutti: Io strapotere di una parte della casta burocratica, in questi anni di decadenza morale, culturale e professionale della classe politica, riguarda tutto il Paese. Da Lampedusa a Vipiteno, da Gorizia a Bardonecchia. Poi, certo, moltissimi dipendenti pubblici, con buste paga spesso basse e poche soddisfazioni, fanno giorno dopo giorno il loro dovere. Ma che ci sia una quota di arroganti mandarini è fuori discussione. Riassumiamo: il sindaco pidiellino di Rovigo Bruno Piva viene abbattuto dalle dimissioni della maggioranza dei consiglieri comunali alle 9.49 del 15 luglio.

 Cinque ore e 41 minuti più tardi, alle 15.30 in punto, il governo ufficializza la nomina del commissario prefettizio, Claudio Ventrice.

Bene: in quella manciata di ore in cui non comanda nessuno i massimi dirigenti municipali infilano Io sblocco di «16 posizioni organizzative», per dirla in burocratese, congelate dalla giunta appena decaduta. Per tradurlo in linguaggio comprensibile: provvisoriamente affrancati per brevissimo tempo da ogni controllo politico, gli alti funzionari prendono in contropiede il commissario e si spartiscono aumenti da 5.195 e i 12.500 euro lordi annui. Cioè da un minimo di 400 a un massimo di 1.000 euro al mese in più in busta paga. Immediata la rivolta dei sindacati, furenti contro la decisione: come hanno potuto quei dirigenti spartirsi in sedici il 70% dei 100 mila euro destinati agli incentivi che dovrebbero premiare i migliori fra i 300 dipendenti? Risposta di Michela Targa, segretario generale, ai giornalisti che le chiedevano conto del blitz: «Non ho niente da dire e non parlo. Decideremo su quali canali eventualmente fare comunicazioni». Sia chiaro: guai se gli incentivi fossero stati spartiti in parti uguali, come coriandoli, fra tutti i dipendenti. Gli aumenti di merito, come dice la parola stessa, devono andare a chi se Io merita di più. E può anche darsi che quei 16 prescelti siano davvero i più bravi, i più volenterosi, il più stakanovisti, più meritevoli di avere dunque gli incentivi.

Ma il «modo» con cui hanno deciso di darseli approfittando del vuoto di potere di poche ore è un caso di furbizia insopportabile. «È un insulto al buon senso e al buon nome dei tanti dipendenti pubblici che non meritano di finire nel tritacarne del “dagli alla burocrazia” che viene invece alimentato, giustamente, proprio da comportamenti come questi», ha detto a Nicola Chiarini, del Corriere dei Veneto, il sottosegretario all’economia Enrico Zanetti. Parole d’oro. Tanto è vero che il piccolo golpe burocratico potrebbe essere annullato d’autorità, il commissario Io ha già sospeso. Meglio tardi che mai.

Il Corriere della Sera – 23 luglio 2014 

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