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Il cantiere delle riforme fa i conti con le deleghe e i nodi in Parlamento. In ritardo il pacchetto giustizia e diritti civili. Sulle novità già approvate il fardello dei decreti attuativi

I decreti attuativi del Jobs act e della delega fiscale (per quanto, quest’ultima abbia perso per strada tasselli fondamentali) sono gli ultimi arrivati nel cantiere del Governo. Anche ieri il premier Matteo Renzi, dal palco di Cernobbio, ha messo al centro del suo discorso le riforme. Il percorso per raggiungere l’obiettivo è stato, a guardare il bilancio dei primi 18 mesi, tracciato.

Il traguardo resta, però, lontano: ci sono interventi annunciati ancora fermi in Parlamento – alcuni dei quali, come la riforma del Senato e del Titolo V, bloccati anche per i dissidi nella maggioranza – e pure per talune riforme arrivate comunque al traguardo la strada si presenta in salita. Si prenda il caso della delega sulla pubblica amministrazione, approvata dopo più di un anno e che ora deve aspettare 18 decreti attuativi. Ci sono, però, anche riforme più datate ancora appese ai provvedimenti applicativi.

Senza contare l’effetto “matrioska”, ovvero l’attuazione dell’attuazione. Come nel caso del Jobs act e della delega fiscale. Il primo ha azzerato in tempi rapidi il proprio fardello di decreti legislativi previsti dalla delega. Ora, però, si trova a dover fare i conti con la seconda fase dell’applicazione: gli otto decreti legislativi prevedono, a loro volta, circa 60 decreti ministeriali. Stesso discorso per la riforma fiscale: dopo i decreti legislativi è ora la volta di 39 decreti ministeriali, senza contare che alcune deleghe pesanti – come quelle sul Catasto e sull’imposta sui redditi d’impresa (Iri) – si sono perse per strada perché il tempo è scaduto.

Il cantiere è comunque in parte avviato: è arrivato il bonus Irpef di 80 euro (anche se per poterlo estendere ai pensionati e agli incapienti – come più volte annunciato – bisognerà trovare le risorse); c’è la deducibilità del costo del lavoro dall’Irap, così come la decontribuzione per i nuovi assunti (per quanto la misura non sia strutturale, ma valga solo per l’anno in corso); i debiti della Pa hanno trovato 56 miliardi, 44,6 dei quali già disponibili e che hanno permesso di saldare 38,6 miliardi di fatture; è stata approvato l’Italicum e ha anche visto la luce il decreto attuativo sui collegi; hanno tagliato il traguardo le norme contro il falso in bilancio e la corruzione; è a buon punto l’attuazione del decreto legge competitività, forte, tra l’altro, del credito d’imposta per i nuovi investimenti in macchinari.

La partita, dunque, ora si gioca soprattutto su due versanti: le riforme già fatte ma ancora da attuare – come la buona scuola con i 22 decreti e le 9 deleghe mancanti o lo sblocca Italia, in sofferenza di 54 provvedimenti applicativi – e quelle ancora in Parlamento (dove si attendono anche gli interventi annunciati, a partire dalla prossima legge di stabilità, che dovrebbe dare avvio, tra l’altro, al piano di riduzione delle tasse). Tra gli interventi in stand by ci sono quelli sulla giustizia: un nutrito pacchetto su processo civile, penale e magistratura onoraria è ancora all’esame delle Camere, mentre il Governo – come affermato ieri da Renzi – ha intenzione di metter mano anche all’assetto dei Tar per rivederne le competenze. Si tratterebbe di una delega, per ora allo studio. Indietro anche sui diritti: ius soli e unioni civili segnano il passo.

Il Sole 24 Ore – 6 settembre 2015 

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