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Il caso, L’assessore piemontese Ferrero: “Bestiame venduto con le vecchie lire? La valutazione così è più precisa”

L’assessore all’Agricoltura rilancia: “Questi mercati in cui si contratta ancora in lire (come quello di Cuneo, ndr) devono essere sfruttati tutelano le tradizioni e anche gli animali”

ASSESSORE Giorgio Ferrero, lei che nella giunta guidata da Sergio Chiamparino ha le deleghe all’Agricoltura e che è stato presidente di Coldiretti Piemonte, sapeva che al mercato del bestiame di Cuneo si contratta ancora in lire e che così si stabilisce il listino dei prezzi in tutto il Nord?

“Sì, e credo si tratti di una questione di abitudine. Accade anche per l’uva in alcune zone. La lira poi è più precisa nel definire il prezzo dei prodotti”.

Quello del capoluogo della Granda è l’ultimo mercato del bestiame di una certa consistenza. È un bene o un male?

“Oltre a Cuneo, anche a Carmagnola si fa ancora un po’ di commercio di bovini. Il fatto è che il mondo cambia e oggi gli animali si portano sempre meno al mercato. Così alcuni di essi si sono trasformati in fiere, come quelle di Carrù, di Moncalvo o di Nizza Monferrato, e sono diventati dei momenti importanti sia per gli allevatori, che possono mettere in mostra il frutto dei propri sforzi, sia per le città, che vedono rivivere le proprie tradizioni”.

Può essere una strada per il futuro?

“I mercati del bestiame non vanno abbandonati e anzi vanno appunto sfruttati per questa loro capacità di mettere in evidenza i valori di un mestiere antico al pubblico. Appuntamenti del genere possono diventare il modo giusto per avvicinare le persone a questo mondo, che è costituito da un allevamento attento al benessere dell’animale nel suo complesso, spesso fatto di bestiami che vivono in uno stato semi-brado in alpeggio. Se la gente vedesse da vicino queste cose diventerebbe anche più consapevole nel momento in cui acquista la carne”.

Questa regione è celebre per la mucca di razza “piemontese”. È un tema di cui si occuperà?

“Viene spesso dimenticata, eppure si tratta di una delle razze da carne autoctone più importanti d’Italia, assai più diffusa della marchigiana o della chianina. È un’eccellenza che però finora non è ancora stata valorizzata. È stato fatto un ottimo lavoro sul vino, ma ci si è dimenticati della carne piemontese”.

Che mosse ha in mente?

“Stiamo aspettando l’Igp, l’Indicazione geografica protetta, che arriverà nei prossimi mesi, dopodiché aumenteremo la promozione. Avremo grandi soddisfazioni”.

Un tempo chi aveva “le bestie” era considerato ricco. Oggi è ancora così?

“L’allevamento garantisce un discreto reddito, anche  se i problemi ci sono. I consumi sono diminuiti e c’è una fascia di popolazione meno attenta alla qualità della carne. I nostri imprenditori però possono contare sulla loro fama di grandi ingrassatori di bovini che viene loro riconosciuta da tutti a livello italiano”.

La Stampa – 17 agosto 2014 

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