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Il caso. Sos Ulss venete: le banche non fanno mutui. «C’è rischio paralisi». Slittano acquisti e investimenti

1a1a1_0aaaaaaaaaaasavadanaio_soldiIl direttore generale dell’Usl 6 denuncia l’impasse finanziaria. Tre richieste di 22 milioni in totale sono rimaste lettera morta e gli investimenti restano al palo Alessandri: «Resta la Cassa depositi e prestiti». Sarà complicato rinnovare la strumentazione dell’ospedale San Bortolo: le banche non danno mutui. Tre mutui. Da 10, 7 e 5 milioni di euro. In tutto 22 milioni per finanziare il piano-acquisti 2012 dell’Ulss. Tre prestiti bancari per far entrare nelle casse aziendali – come si fa regolarmente ogni anno a causa della cronica carenza di fondi in conto capitale nella casella che il bilancio riserva agli investimenti – il tesoretto che serve per comprare apparecchiature e strumentazioni mediche ma anche per effettuare una serie di lavori di ristrutturazione al San Bortolo.

La Regione autorizza l’Ulss a rinnovarli seguendo lo stesso schema utilizzato nel 2011. L’Ulss prepara i bandi delle tre gare europee, li pubblica sulla Gazzetta ufficiale, poi si mette alla finestra per aspettare le banche disponibili a contrattare i tre mutui, ma l’attesa è vana, il risultato è deprimente, zero interesse. Nessuna banca si fa avanti per concertare un’operazione che una volta scatenava la concorrenza. «Una volta le banche – osserva con amarezza il dg Antonio Alessandri – per darci un prestito facevano le corse». Così l’Ulss si trova in panne, senza capitali da spendere in acquisti irrinunciabili che sono il pane di un ospedale-hub, con la difficoltà, tra l’altro, di non poter sostituire attrezzature richieste da una serie di reparti e che vanno rinnovate periodicamente perché il parco tecnologico sia sempre all’altezza di un ospedale ad alta specializzazione come il San Bortolo. «Non hanno più interesse a investire in questa direzione – commenta il dg -. La Banca d’Italia ha imposto dei vincoli di garanzia rigorosissimi, immobilizzazioni onerose a lungo termine, per cui gli istituti di credito possono concedere prestiti solo a condizioni impossibili, a tassi astronomici. La conseguenza è che si impedisce di fatto alle banche di erogare mutui a un’azienda sanitaria come la nostra». Insomma, è una drastica inversione di tendenza rispetto a quanto avveniva negli anni scorsi. «Questa situazione – dice Alessandri – si ribalta su di noi, che ci veniamo a trovare senza finanziamenti. Non ci ha risposto neppure Unicredit che pure è il nostro tesoriere. Una volta i soldi degli stipendi dei dipendenti dell’Ulss, oltre 10 milioni al mese, venivano gestiti in ambito locale. Ora tutto è passato alla tesoreria unica centralizzata dello Stato, Unicredit non ha alcun utile, e non è più motivata a interventi che potevano consolidare il rapporto». Pure le cose da comprare e da fare sono tante e impegnative. L’elenco è lungo. C’è da rimpiazzare per la radioterapia oncologica un acceleratore lineare vecchio di 12 anni con un modello di ultima generazione che da solo costa 3 milioni. Ci vogliono ecografi per la diagnostica. Urge una gamma camera per le scintigrafie che si fanno in medicina nucleare. Occorre attrezzare la radiofarmacia che serve a produrre i farmaci necessari per diagnosticare i tumori. È un obbligo di legge. La Regione ha dato l’autorizzazione. La Fondazione Cariverona offre un contributo di 440 mila euro, ma manca un milione e mezzo per chiudere il conto. «Se non arrivano questi soldi – dice Alessandri – sono guai. Saremo costretti a far slittare acquisti e lavori. Dovremo rivolgerci alla Regione perché ci dia una mano. Del resto a Venezia sono stati previdenti. Hanno messo da parte 70 milioni da distribuire proprio in caso di bisogni del genere». La Regione si è mossa anche per trovare una soluzione alternativa che aiuti le Ulss a uscire dall’imbuto di questa emergenza finanziaria. «Sì – spiega il dg – si sta interessando a Roma per vedere se la Cassa Depositi e Prestiti possa intervenire, anche perché le condizioni di mercato sarebbero vantaggiose. Un mutuo ci costerebbe un terzo in meno di quello che dovremmo pagare alla banche».

Franco Pepe – Il Giornale di Vicenza – 14 settembre 2012

 

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