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Il cibo italiano «crolla» in Russia. Dilagano le nostre specialità falsificate. Richieste urgenti del ministro Martina alla Ue

L’embargo russo produce i primi danni. Nel primo mese di applicazione, a partire dal 7 agosto, l’export italiano di prodotti agricoli verso la Russia è crollato del 63%, causa il divieto d’importazione di prodotti agroalimentari che comprende frutta e verdura, formaggi, carne, salumi, pesce. È quanto emerge dall’analisi della Coldiretti sugli effetti dell’embargo di Mosca presentata da Coldiretti al Forum Internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione di Cernobbio.

A Cernobbio ieri è anche emerso che lo stop russo ha indotto un boom della produzione locale di prodotti made in Italy “taroccati”, dal salame Italia alla mozzarella “Casa Italia”, dall’insalata “Buona Italia” alla Robiola Unagrande. Ma preoccupa anche il boom sulle nostre tavole delle frodi alimentari: l ’ i ndagine Coldiretti sul prezzo dell’illegalità ha concluso che, dal 2008 a oggi, i Nas hanno verificato che le frodi a tavola sono quadruplicate, con un incremento record dei sequestri del 277% di cibi e bevande adulterati, contraffatti o falsificati. «Questi dati – sottolinea Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti – confermano la necessità di stringere le maglie troppo larghe della legislazione, a partire dall’obbligo di indicare in etichetta la provenienza della materia prima impiegata». Il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha offerto piena collaborazione e ha detto: «Vorrei che il mio non fosse considerato, come in passato, il ministero del no, ma che ci fosse collaborazione con il mondo produttivo e il ministero delle Politiche agricole, nell’interesse del nostro Paese».

In dettaglio, il calo dell’export verso la Russia dei prodotti made in Italy è stato del 16,4% e il taglio di 33 milioni di euro ha riguardato tutti i principali settori, dall’agroindustria al tessile (-24,8%), dai mezzi di trasporto (-50,1%) ai mobili (-17,8%), dai farmaceutici (-32,3%) agli apparecchi elettrici (-15,9%). Coldiretti stima danni per il solo alimentare pari a 200 milioni l’anno.

Nel suo intervento, Phil Hogan, commissario Ue all’agricoltura designato, non si è esposto sul taglio di 450 milioni al budget Pac disposto dalla Commissione e nemmeno sugli altri quattro punti urgenti (strumenti di difesa del reddito, tracciabilità, sostegno alle giovani imprese e semplificazione) evidenziati dal ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina. Ma ha rassicurato sull’impegno a semplificare le norme Pac («anche se la flessibilità produce complicazioni») e su un accordo di libero scambio con gli Usa che non porti a sacrificare gli standard qualitativi europei. Intervento deludente? «No – ha detto l’europarlamentare Paolo De Castro – in questo momento Hogan non poteva dire di più. Il taglio del budget è stato causato da un mancato gioco di squadra tra Commissione e Parlamento». Comunque per De Castro rimane «inaccettabile utilizzare la Pac come un bancomat per pagare altre politiche».

Il lato debole delle sanzioni alla Russia

La guerra a colpi di sanzioni tra Russia da un lato e Unione europea, Stati Uniti, Giappone, Canada, Norvegia e Australia dall’altro, suscita non pochi interrogativi sotto il profilo della legittimità internazionale delle misure sanzionatorie. E infatti la settimana scorsa, due dei soggetti colpiti da Bruxelles, la compagnia petrolifera Rosneft e il miliardario Arkady Rotenberg, hanno fatto ricorso alla Corte di giustizia della Ue.

Manca l’ombrello Onu

Un dato è certo: le sanzioni economiche contro la Russia decise dall’amministrazione Obama e dall’Unione europea, incluse le targeted sanctions, che colpiscono persone fisiche e giuridiche, sono state adottate al di fuori delle Nazioni Unite. Il Consiglio di sicurezza, infatti, pur investito della questione Ucraina, non ha adottato, verso la Russia, alcuna risoluzione sulle misure sanzionatorie, previste dall’articolo 41 della Carta. E questo non solo per lo scontato veto russo, ma anche per la contrarietà di altri Stati tra i quali la Cina.

L’assenza di una risoluzione del Palazzo di vetro incide sul dibattito intorno alla legittimità delle sanzioni. È infatti il Consiglio di sicurezza, in base al capitolo VII della Carta Onu, ad avere la competenza ad adottare le misure che, al di fuori del contesto del Consiglio, hanno margini di legittimità ristretti. Né i Paesi membri dell’Unione europea, né gli Stati Uniti, che hanno applicato sanzioni economiche unilaterali, possono essere considerati Stati lesi dall’azione russa. Difficile, quindi, inquadrare le misure adottate, dal sequestro di beni appartenenti a imprenditori vicini al Cremlino fino ai divieti di importazioni, nel contesto delle contromisure. Queste ultime, infatti, sono legittime quando a metterle in campo è lo Stato direttamente leso. Un comportamento in sé illecito diventa così lecito in ragione del previo illecito altrui. A patto che le contromisure siano proporzionali e non violino i diritti umani.

Nel caso della Crimea, se certo l’Ucraina può rispondere con misure sanzionatorie in quanto Stato leso dall’azione russa, diverso è il caso dei Paesi occidentali che non hanno subito alcuna violazione diretta di obblighi internazionali. Un intervento punitivo, quindi, che è contrario al principio di non ingerenza e che è un passo indietro rispetto a un sistema che rifugge da interventi individuali accentrando il potere nell’Onu. In questa direzione, il Ministro degli esteri russo Sergey Lavrov, durante l’apertura della 69esima sessione dell’Assemblea generale, ha chiarito che dalle relazioni internazionali devono essere eliminati i tentativi di illegittima pressione perpetrati da alcuni Paesi contro altri Stati.

Dubbi sulla black list Ue

Per quanto riguarda le sanzioni decise dall’Unione europea, se legittime ai sensi del Trattato Ue perché adottate nel quadro della politica estera e di sicurezza comune, non mancano dubbi sul rispetto delle regole internazionali. L’Unione europea, infatti, non ha un mandato analogo a quello dell’Onu per le questioni relative al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.

C’è poi un ulteriore profilo. Le targeted sanctions, decise dall’Unione europea, che colpiscono persone fisiche e giuridiche indicate in una sorta di blacklist, già in passato sono state scardinate dagli stessi organi giurisdizionali dell’Unione. Potrebbe accadere anche nel caso della Russia. I primi due ricorsi sono già arrivati e il Tribunale Ue potrebbe decidere l’illegittimità delle misure (come ha fatto di recente per quelle siriane) perché contrarie a diritti umani fondamentali come il diritto alla presunzione d’innocenza. Non va dimenticato, infatti, che queste sanzioni sono applicate a individui all’esito di una mera valutazione di organi politici e non certo giudiziari.

La risposta di Mosca

La Russia ha risposto alle misure sanzionatorie contestandone la legittimità e adottando analoghe misure che, aderendo alla posizione russa, sarebbero legittime contromisure a fronte di un illecito di altri Stati. Anche da parte russa, però, è necessario assicurare la proporzionalità della contromisura. Mosca si prepara poi a rivolgersi all’Organizzazione mondiale del commercio per il mancato rispetto degli obblighi internazionali da parte dell’Unione europea.

Senza dimenticare che, in passato, le misure sanzionatorie economiche decise unilateralmente dagli Usa, come nel caso di Cuba, non hanno portato a grandi risultati, ma solo a sicure ripercussioni negative sulla popolazione civile.

Il Sole 24 Ore – 19 ottobre 2014

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