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Il commento. Il subgoverno dei peggiori. Non importa che Palazzo Chigi si affretti a prendere le distanze dai nuovi sottosegretari pretesi dalla politica. Anzi, è persino un’aggravante

ANDREA MALAGUTI, LA STAMPA. Siamo vittime di una distorsione ottica. Avevamo creduto al governo dei migliori, ci troviamo di fronte a un pericoloso ircocervo che prima ci ammalia e poi ci atterrisce. E’come se ogni cosa fosse fuori fuoco. Da un lato Draghi e i suoi tecnici superqualificati, algoritmi a sangue freddo apparentemente capaci di tutto, ma di discutibile empatia e abituati a fissare il nulla con un’espressione messa a punto negli anni, dall’altro gli ego arroventati e le competenze rudimentali di leader politici (absit iniuria verbis) che a meno di due settimane dall’insediamento del nuovo esecutivo extralarge hanno ripreso a gracchiare, insensibili al dovere del contenimento istituzionale. Un governo afflitto da un evidente disturbo bipolare. Dell’umore, del sapere e persino dell’essere.

Così, mentre Salvini e Zingaretti litigano sull’ipotesi di lockdown pasquale, come se non facessero parte della stessa squadra e fossero concentrati su una poco probabile (eppure spesso evocata) campagna elettorale estiva, la scelta dell’Armata Brancaleone dei sottosegretari solleva dubbi sugli orizzonti di un premier che è costretto ad accettare la convivenza tra la sua marziale task force da Recovery e il rumoroso pollaio che gli è cresciuto intorno. Draghi non ha i numeri per fare da solo, ma per quanto il panorama dei partiti sia sconfortante, aveva il carisma per fare di più. I profili dei sottopancia da ministero farebbero ridere se non fossero imbarazzanti. Non importa che Palazzo Chigi si affretti a prendere le distanze dai nuovi sottosegretari pretesi dalla politica. Anzi, è persino un’aggravante. Il governo, l’intero governo, dipende dal premier, risponde a lui, lo rappresenta e soprattutto ci rappresenta. L’ex numero uno della Bce ha poca dimestichezza con i social, ma se ieri avesse investito mezz’ora del suo tempo a leggere i tweet corrosivi dei connazionali, avrebbe capito in quale guaio si è ficcato. Stavolta non per colpa del veleno dei leoni da tastiera, ma della qualità sconfortante dei nuovi capetti di seconda fila.

La leghista Lucia Borgonzoni, dopo aver dichiarato di “non avere letto un libro negli ultimi tre anni” (era “Il Castello” di Kafka, se ha accettato l’incarico evidentemente non l’ha capito), che “il Trentino confina con l’Emilia Romagna” e aver pubblicizzato un comizio a Bologna con una foto di Ferrara, è stata rinominata sottosegretario alla Cultura. Fa ridere? E’ solo la punta dell’iceberg. Il suo compagno di partito, Rossano Sasso, dopo avere confuso Dante con Topolino (non con Shakespeare o Proust), è finito all’Istruzione (dove sennò?) e il pentastellato Sibilia, che ha definito Draghi un bankster, sofisticata crasi tra banchiere e gangster, è stato confermato agli Interni, forse perché agli Esteri, dopo aver messo in dubbio lo sbarco dell’uomo sulla luna, sarebbe stato considerato troppo competente. Teresa Bellanova, capace di lasciare fieramente la poltrona dell’Agricoltura, si è presa uno strapuntino ai Trasporti e Francesco Paolo Sisto di Forza Italia, noto per avere difeso Berlusconi nel processo barese sulle escort, è precipitato alla Giustizia, tanto per tenere calmi gli animi di chi teme la longa manus dell’ex Cavaliere sulla gestione dei tribunali, mentre un imbarazzato Pd ha giocato a figurine: un maschio di qua una femmina di là. Ma il folklore si mischia alla sostanza come il latte nel caffè, se persino Nicola Molteni, falco dei decreti sicurezza, è stato piazzato di fianco a Luciana Lamorgese, che si spera abbia dimenticato quel tweet del suo nuovo braccio destro in cui era ritratta formato gigante di fianco alla scritta: “Il governo dei clandestini”.

Si potrebbe insistere, ma servirebbe a poco, se non a replicare questa tortura perfetta, ciclica, semplicemente brutale, riflesso di un ceto politico, e purtroppo di un Paese, precipitato da anni in un infantile stato confusionale.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sostiene lucidamente che il pane lo si può fare solo con la farina che danno gli italiani, ma è complicato pensare che fosse impossibile fare meglio di così. A meno che non abbia ragione il filosofo Alain Deneault a sostenere che i poteri costituiti non deplorano i comportamenti mediocri, li rendono inevitabili. Sarebbe bello che almeno Mario Draghi si sottraesse alla regola. Se non è troppo tardi.

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