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Il Consiglio dei ministri impugna la legge di modifica del Piano sanitario del Veneto. Nel mirino la durata del mandato dei Dg

1a1a1a_0a00aaa111aPalazzoChigi--258x258Il Consiglio dei Ministri di venerdì ha esaminato 27 leggi regionali. Tra quelle riguardanti la sanità, il Cdm ha deliberato, tra l’altro, l’impugnativa dinanzi alla Corte Costituzionale della legge della Regione Veneto n. 46 del 3 dicembre 2012 su Modifiche di disposizioni regionali in materia di programmazione ed organizzazione socio-sanitaria e di tutela della salute, che aveva in parte “corretto” il Piano socio sanitario regionale. La legge era stata approvata proprio per rimuovere i motivi che avevano portato alla precedente impugnazione del Pssr, licenziato nel giugno scorso, da parte del Governo. Ma, secondo Palazzo Chigi, anche la legge 46 conterrebbe “disposizioni in contrasto con la normativa statale in materia di tutela della salute e, pertanto, violerebbe l’art. 117, terzo comma, della Costituzione”, come spiega una nota.

Il motivo del “contendere” nella durata del mandato dei direttori generali che la legge 46, all’articolo 7, prevede sia “pari a quella della legislatura regionale. Il mandato del direttore generale scade centottanta giorni dopo l’insediamento della nuova legislatura” (la versione precdente del Pssr prevedeva un mandato di tre anni). Ipotesi che entrerebbe in contrasto con la normativa nazionale e che potrebbe aprire la strada ad operazioni di spoil system. In ogni caso le nomine dei nuovi direttori generali, fatte dal presidente Luca Zaia a fine dicembre, prevedono un mandato triennale.

L’esecutivo presieduto da Monti ritiene che i criteri contenuti nella legge 46 contrastino con «i princìpi fondamentali della legislazione statale riguardante gli incarichi dei dg delle aziende e degli enti del servizio sanitario» e neghino «il principio di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione».

In altre parole, a fronte di un rapporto di lavoro «esclusivo e rinnovabile, regolato da un contratto di diritto privato» (che comprende la licenziabilità in caso di mancata realizzazione degli obiettivi) la norma oggetto di contesa condiziona il mandato del direttore al destino della compagine politica che l’ha nominato. Circostanza – è il nocciolo del ricorso – che «Stabilisce una forma di spoils system nei confronti di una figura manageriale che, essendo caratterizzata dal fatto di possedere una professionalità eminentemente tecnica, ed essendo preposta alla gestione di una struttura caratterizzata da un elevatissimo grado di tecnicità, non può seguire le sorti degli organi politici della Regione, perché ciò contrasterebbe con il principio di imparzialità e buon andamento dell’amministrazione».

A sostegno di tale tesi, il Governo cita una sentenza della Consulta, che boccia la decadenza automatica dei dg a conclusione del triennio, giudicata una forma di «dipendenza politica» e quindi di precarietà inaccettabile perché ispirata a criteri sostanzialmente estranei alla dinamica gestionale. Quali saranno le conseguenze concrete del ricorso? Se sarà accolto dalla Corte – come tutto lascia presumere – comporterà una pessima figura per il consiglio veneto, constringendolo a cancellare l’articolo controverso.

Tuttavia, con sollievo del governatore Luca Zaia e del segretario generale della sanità Domenico Mantoan, fonti regionali assicurano che l’eventuale sentenza non inficierà i contratti stipulati con i manager il 29 dicembre scorso perché, tra le clausole sottoscritte nell’occasione, non figura alcun accenno al limite dei 180 giorni. Il primo commento arriva dall’assessore alla sanità, in verità perplesso sulle norme in questione fin dalla loro approvazione in consiglio e niente affatto sorpreso dall’avvenuta impugnazione: «Mi spiace molto che si crei questa situazione». commenta Luca Coletto «è l’ennesimo intoppo in materia sanitaria e spero che, almeno stavolta, serva di lezione a tutti. Le forzature non accelerano i provvedimenti ma li ritardano e a volte li compromettono, a tutto danno dei cittadini».

«Eviterò la frase antipatica “io l’avevo detto” anche se i fatti parlano chiaro», conclude l’assessore «ma sollecito ai tecnici una maggiore attenzione nella distinzione tra i loro compiti e quelli della politica».

Come si ricorderà il Consiglio regionale, a soli cinque mesi dal varo del Pssr e prima di vederlo applicato, ne aveva modificato tempistica applicativa e principi di ”governance’, correggendo i due punti allora contestati dal governo: la nomina del direttore generale della sanità e del sociale, posta in capo al Consiglio, e il parere ”obbligatorio e vincolante” della commissione Sanità sulle schede di dotazione ospedaliera e territoriale. La legge ribattezzata “omnibus” è intervenuta con nuove norme anche sull’Arpav, le Ipab e su altri punti di interesse sanitario.

«La verità – spiega Leonardo Padrin (Pdl), presidente della commissione “Sanità” del consiglio – è che hanno impugnato un solo punto, quello in cui, accogliendo un emendamento presentato dalle opposizioni che ci pareva di buon senso, invece di fissare in tre anni il mandato dei direttori generali dell’Ulss avevamo fissato di farlo concludere con la chiusura della legislatura regionale. Lo scontro è di mentalità: noi abbiamo previsto uno “spoil system” anche per le Ulss, in modo che chi arriva in Regione possa scegliersi i manager, la burocrazia romana probabilmente vuole difendere invece il potere autonomo dei tecnici. Ne discuteremo, comunque possiamo adeguarci e tornare a fissare un numero di anni per il mandato dei dg. Non crolla certo il mondo».

a cura di c.fo. – 18-20 gennaio 2013 – riproduzione riservata

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