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Coraggio che Grillo non ha per cambiare davvero il Paese

Grillo è stato bravissimo ad esprimere il desiderio di rivolta contro una classe dirigente incapace e corrotta. Oramai il suo slogan “tutti a casa” non simboleggia solo il qualunquismo più bieco, ma il senso comune degli italiani.

Lo scandalo Montepaschi, che ha colpito non solo il Pd ma l’intero sistema politico ed economico italiano, non poteva essere un regalo più grande alla tesi dei grillini: sono tutti uguali. Di fronte a questo collasso della Seconda Repubblica, la strategia di Grillo – aspettare e lasciare che siano gli altri a suicidarsi – può sembrare ottimale, almeno come puro calcolo elettoralistico.

Perché Grillo dovrebbe rischiare di compromettere l’immagine di diversità, invece di giocare al tanto peggio- tanto meglio? Un governissimo Pd-Pdl sarebbe per lui il più grosso regalo: la prova provata che sono tutti uguali, e tutti contro di lui. Anche un prolungamento del governo Monti e nuove immediate elezioni, non farebbero che rafforzare la posizione elettorale di Grillo. Perché aspettarsi da lui null’altro? E molto probabilmente non vedremo altro. Ma, se Grillo non sta lottando solo per soddisfare il suo ego personale, ma anche per migliorare il nostro Paese, allora potremmo aspettarci da lui qualche cosa di più. Invece di criticare solo, dovrebbe passare al contrattacco, facendo lui al Pd un’offerta che non può rifiutare. Questa offerta deve avere tre caratteristiche: riaffermare la diversità dei grillini, dimostrare al Paese l’attuabilità ed i benefici del programma del Movimento 5 Stelle, e mettere il principale competitore (ovvero il Pd) di fronte ad una scelta: o ti metti al rimorchio del Movimento 5 Stelle o ti riveli un partito-casta, incapace di cambiare e di far cambiare il Paese.

Per questo, se fossi Grillo, sarei io a lanciare al Pd la possibilità della fiducia ad un governo. Un governo presieduto da una personalità di area Pd che riscuota fiducia nelle gente. Per dimostrare di non essere interessato alle poltrone, Grillo non dovrebbe chiedere alcun ministero, ma dovrebbe invece focalizzarsi sul programma: un programma fortemente grillino, ma temperato nelle sue punte più estreme, per non dare al Pd una facile scusa per non accettare.

Un programma che, pur mettendo davanti a tutto gli interessi del Paese, costringa il Pd alla scelta tra accettare, rinnegando la sua natura di partito clientelare della Seconda Repubblica, e rifiutare, commettendo un suicidio politico. Il programma dovrebbe articolarsi su tre temi: proposte anti casta-politica, proposte anti-casta economica e proposte istituzionali. Tra i provvedimenti anti-casta politica al primo posto c’è ovviamente un taglio severo dei costi della politica: l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, il dimezzamento dei parlamentari, e l’adeguamento degli stipendi e delle indennità parlamentari alla media europea.

A questa potrebbe essere aggiunta anche l’eliminazione di tutte le province. Seguirebbe un rigido limite di due mandati per ogni posizione politica (compresa quella di presidente del consiglio), includendo in questo limite anche i mandati passati. Il terzo punto delle proposte anti casta politica sarebbe una nuova procedura per la nomina di tutti gli amministratori di società pubbliche o a partecipazione statale, vera fonte di potere della politica. Tre società di head-hunting dovrebbero presentare un nome ciascuna, nome che oltre ai requisiti di competenza ed onorabilità (niente condanne penali neppure di primo grado), dovrebbero avere un’esperienza, anche se breve, di lavoro all’estero. La scelta poi avverrebbe per voto palese nell’assemblea competente (per le imprese statali il parlamento). A scadenza del mandato, se il manager nominato ha ottenuto una performance inferiore alla media di settore, l’impresa di head hunting che l’aveva suggerito viene eliminata dalla terna. Per colpire la casta economica la prima proposta riguarderebbe il mercato dell’informazione. Come ci insegna Berlusconi, chi controlla la pubblicità controlla l’informazione.

Per questo nel suo programma Grillo vuole imporre un tetto del 5% sulla quota di mercato di pubblicità detenuta da ogni singolo operatore. Per favorire la competizione, Grillo vuole anche privatizzare due canali della Rai, abolire l’ordine dei giornalisti, ed eliminare tutti i sussidi pubblici ai giornali. È un programma difficile da digerire per il Pd, ma è anche un programma estremamente popolare. Anche la seconda proposta anti-casta economica viene direttamente dal programma di Grillo: l’abolizione delle scatole cinesi. Per renderla fattibile io la declinerei come una eliminazione del credito di imposta sui dividendi intra-company: tanto più lunga è la catena di controllo tante più imposte sui dividendi deve pagare una piramide societaria. Non è una proposta radicale: è il regime fiscale vigente negli Stati Uniti, dove le scatole cinesi sono pressoché assenti.

Nel programma economico di Grillo spicca anche l’introduzione della class action. In verità una class action in Italia è stata introdotta. Ma i limiti imposti alla sua implementazione sono così severi da renderla inefficace. Di nuovo la trasposizione del sistema di class action americano difficilmente potrebbe essere considerata come radicale e difficilmente potrebbe essere contrastata dal Pd. Una possibile fonte di contrasto tra Grillo ed il Pd, invece, potrebbe essere la posizione di Grillo sulla Tav e sui lavori pubblici in genere. Grillo li vede come un grande sperpero di denaro pubblico. Una parte notevole del Pd, invece, li vede ancora come un grande motore di sviluppo (nonché come fonte di ricavi per le cooperative rosse e gli imprenditori di area).

Un compromesso ragionevole sarebbe una riallocazione dei fondi di “sviluppo” alla realizzazione di un altro punto del programma di Grillo, caro anche alla sinistra: un salario minimo di cittadinanza. Visto il costo della sua attuazione (nelle ipotesi minime almeno 5 miliardi aggiuntivi), sarebbe ragionevole cominciare da un sussidio di disoccupazione generalizzato (il salario di cittadinanza paga anche chi non cerca lavoro). Infine un programma anticasta economica non sarebbe completo senza un accenno alle fondazioni. Giustamente Grillo vuole nazionalizzare il Monte Paschi.

Dico giustamente perché il Monte Paschi è di fatto già nazionalizzato per quanto riguarda le perdite (che ricadono sulla collettività), ma non per quanto riguarda i potenziali profitti, che finiscono nelle mani della Fondazione Montepaschi, ovvero del Pd di Siena. Rigettare l’offerta di un governo Grillo su questo punto esporrebbe il Pd al ridicolo. I punti più delicati di un accordo M5S-Pd riguarderebbero l’Europa e la riforma elettorale. Se Grillo insistesse per un referendum sull’euro, darebbe al Pd una facile scusa per dire di no su tutto, evitando ogni imbarazzo. Per questo Grillo dovrebbe essere disponibile a rimandare un possibile referendum sull’euro (che comunque non è facilmente effettuabile nell’ambito della costituzione attuale), in cambio di una posizione forte sui doveri sociali dell’Europa. All’Europa delle banche, il governo M5S-Pd dovrebbe anteporre l’Europa della gente. E quindi inserire nel suo programma una richiesta all’Europa di introdurre un’assicurazione europea contro la disoccupazione. Potrebbe forse il Pd non seguirlo su questo punto? Infine il punto più spinoso è quello della riforma elettorale.

Nella logica del tanto peggio tanto meglio, Grillo potrebbe sperare nella salvaguardia del Porcellum. Sarebbe una prospettiva miope. Il Porcellum è stato disegnato per dare alla Lega il potere di interdizione su ogni governo. Senza una riforma anche il M5S si troverà sempre a dover far compromessi per governare. Il sistema a doppio turno per le elezione dei sindaci è quello che ha funzionato meglio in Italia. Il M5S stesso ne ha sperimentato i vantaggi a Parma. Una proposta di riforma in questo senso, sarebbe popolare nel Paese e difficilmente rigettabile dal Pd. Se il Pd accetta questa proposta di governo, Grillo inizia a cambiare il Paese nella direzione da lui desiderata (almeno a parole). Se il Pd rifiuta, si qualifica come un partito della casta, consegnando tutto il voto di protesta nelle mani del M5S. Insomma, Grillo ha da guadagnarci in entrambi i casi.

Ma Grillo ci guadagnerebbe particolarmente in credibilità. Con un offerta del genere dimostrerebbe di non essere solo il Masaniello di turno, ma un potenziale statista. Ha il coraggio di farlo?

Luigi Zingales – Il sole 14 Ore – 10 marzo 2013

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