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Il decalogo antiplastica per salvare gli oceani. A Milano Forum con l’Unesco: servono regole “Riuso e riciclo, o avremo più rifiuti che pesci”

Nel 2050 nei mari del mondo ci sarà più plastica che pesci. Ci sono almeno cinque trilioni di frammenti che galleggiano nell’oceano: in gran parte sono microplastiche di dimensioni inferiori ai cinque millimetri, che finiscono in bocca ai pesci o nelle “isole di plastica”. Come quella scoperta di recente nel Pacifico, grande otto volte l’Italia, e “gemella” di quella localizzata nei mari del Nord. Ma quando si parla di salvaguardia dell’ambiente, spesso si dimentica che gli oceani ricoprono il 70 per cento della superficie terrestre, producono il 50 per cento dell’ossigeno che respiriamo e — trasportando il calore dall’Equatore ai Poli — regolano il clima. Bisogna intervenire con urgenza, «poiché rischiamo di arrivare a un punto di non ritorno», dice Francesca Santoro, membro della commissione oceanografica intergovernativa dell’Unesco. «L’inquinamento sta creando danni irreparabili all’ecosistema marino, amplificando fenomeni come gli uragani e le inondazioni sempre più gravi e frequenti. Ce lo ricorda Irma, il peggior uragano mai registrato nell’oceano Atlantico». Senza contare le ricadute su quello che mangiamo. Le statistiche dicono che si sta depauperando la qualità degli alimenti che provengono dal mare. E che per alcune popolazioni rappresentano il 25 per cento della loro dieta alimentare.
Il mare, dunque, influenza aria, clima e cibo. Per non parlare del fatto che molti farmaci utilizzati per combattere il cancro, l’artrite, l’Alzheimer e numerose patologie cardiache, hanno ingredienti che provengono dal mare. Uno scenario che suggerisce una cosa sola: far fronte all’emergenza, trovare soluzioni sostenibili, unendo le forze con un network di intelligenze. “One Ocean Forum” (che si terrà il 3 e 4 ottobre al Teatro Franco Parenti di Milano), va in questa direzione. Nella due giorni milanese — organizzata da FeelRouge, partner strategico di Yacht Club Costa Smeralda — scienziati, imprese, rappresentanti del mondo accademico, lavoreranno per analizzare i principali problemi legati al mare e suggerire soluzioni concrete e immediate, dando vita alla Charta Smeralda. Un decalogo che definisce un codice di comportamento per la tutela del mare che vuole coinvolgere tutti: dai cittadini alle istituzioni. Non a caso il Forum è aperto al pubblico (previa iscrizione online sul sitowww. oneoceanforum. org) che può intervenire sui quattro temi focali dei lavori: l’inquinamento, il clima e i suoi cambiamenti, le blue technologies e l’ocean literacy, vale a dire gli strumenti di diffusione di una cultura che permetta la comprensione dell’influenza che l’oceano ha sulla nostra vita, e l’influenza che le nostre scelte e le nostre azioni hanno sull’oceano.
Tutto nasce oltre un anno fa, quando in occasione dei cinquant’anni dello Yacht Club Costa Smeralda, il commodoro Riccardo Bonadeo si pone una semplice ma sostanziale domanda:«Cosa possiamo fare per il mare noi che amiamo il mare?». Così in partnership con la commissione oceanografica dell’Unesco, Sda Bocconi e il comitato fondatore presieduto dalla principessa Zahra Aga Khan, ha chiamato a raccolta istituzioni scientifiche, organizzazioni no profit, personalità di fama internazionale e imprese che nei giorni del Forum avranno il compito sì di presentare dati, ma anche di trovare soluzioni concrete per curare il mare. «Più diffondiamo la gravità in cui si trova il nostro eco sistema marino, più saremo in grado di trovare nuove soluzioni», commenta Francesca Santoro, che del comitato scientifico di One Ocean Forum è il presidente. «Molto ci aspettiamo dai giovani che stanno dimostrando una grande sensibilità verso il problema e nei fatti ricercano nuove soluzioni ». Un esempio per tutti, l’innovativa bottiglia per l’acqua ricavata da alghe commestibili, inventata da un team di giovani. Un piccolo contributo per ridurre gli otto milioni di tonnellate di rifiuti di plastica che ogni anno invadono gli oceani.
Repubblica 20 settembre 2017

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