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Medici nel mirino. Senza polizza niente-lavoro. Le assicurazioni li “ricattano”

Senza polizza non si lavora. Va di moda denunciare i camici bianchi e le compagnie se ne approfittano. I premi arrivano a costare anche 20 mila euro. Gli ospedali non sono obbligati a tutelare chirurghi e specialisti

I medici hanno tempo fino al 13 di agosto per trovare un’assicurazione disposta a coprirli «peri rischi del mestiere» senza pagare cifre da capogiro. Ma destreggiarsi nella giungla delle polizze non è affatto semplice. Soprattutto per i liberi professionisti, dai chirurghi ai ginecologi, che si trovano a pagare cifre altissime, fino a 20mila euro all’anno di premio. Chi non ha copertura tuttavia non può lavorare – in teoria non potrebbe nemmeno toccare il paziente con un dito – e la corsa alla polizza più abbordabile è dunque d’obbligo. I chirurghi che fino a uno o due anni fa pagavano 1.300 euro l’anno per la responsabilità civile, ora si trovano nelle condizioni di dover staccare assegni da 8mila euro anche se non hanno contenziosi nel curriculum. Alcuni si vedono perfino negare la copertura.

Insomma, gli assicuratori li invitano a bussare a un’altra porta e non ne vogliono proprio sapere di accollarsi clienti tanto spinosi, professionisti che ogni giorno rischiano in sala operatoria. «Ero assicurato con la Carige – racconta un oculista di Milano – ma da quest’anno la compagnia ci ha disdetto la copertura. Ho girato ben diciannove assicurazioni e tutte mi hanno risposto picche».

In Italia sono sempre più rare le assicurazioni disposte a giocare la partita dei medici. Le categorie dei camici bianchi, così, si rivolgono per lo più all’estero. Tra le compagnie più quotate c’è la Am trust, disposta anche a coprire i rischi dei liberi professionisti. In Italia ci sono la compagnia Assicuratrice Milanese o la Assimedici, specializzata esclusivamente in ambito medico.

La Zurich ha da poco sciolto i legami con parecchi dottori, in blocco. «L’unica soluzione per trovare un equilibrio – spiega Attilio Steffano, amministratore di Assimedici – sarebbe quella di stipulare convenzioni con le varie categorie». Inoltre bisognerebbe evitare il fenomeno delle cause «un po’ troppo disinvolte» da parte dei pazienti. «Su cento denunce in ambito penale – aggiunge Steffano – meno del 5% si traducono in una condanna effettiva. Nella maggior parte dei casi la cifra di risarcimento richiesta è infinitamente più alta rispetto a quella che viene riconosciuta e liquidata».

Ridurre la cause legali porterebbe anche a un contenimento delle polizze assicurative. Per strappare quote annuali più basse la Regione Lombardia ha anche indetto un bando tra le compagnie ma non sembra aver avuto grande successo. «Quella del bando però – fa notare il presidente dell’Ordine dei medici di Milano, Roberto Rossi – potrebbe essere una buona strada. Certo, la gara andrebbe strutturata bene». La legge Balduzzi ha complicato ulteriormente le cose. Le strutture sanitarie non hanno più l’obbligo di assicurarsi e infatti parecchie, anche quelle «mastodonitiche», non lo fanno. Piuttosto creano dei «fondi» di risparmio interni e mettono a bilancio cifre milionarie per coprire i contenziosi legali. Uno studio della Commissione di inchiesta sugli errori e i disavanzi sanitari della Camera sulle coperture assicurative di Asl e ospedali, rileva una situazione sconcertante: il 60% delle strutture non risulta assicurata contro le colpe gravi dei dipendenti.

I costi perla stipula delle polizze sono aumentati a dismisura (35% dal 2006 al 2011), mentre i rimborsi liquidati dalle assicurazioni sono diminuiti del 75%. Questi dati denunciano una situazione difficile, soprattutto tenendo conto dell’aumento di denunce per malasanità, che hanno visto un incremento del 24% nel 2012, anche se poi solo l’ 1 per cento si conclude con una condanna del medico.

Il Giornale – 25 marzo 2013

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