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Il finto made in Italy. Il «Ragù» cambia chef: venduto ai giapponesi. Unilever cede il marchio e la divisione sughi della Bertolli

Due miliardi e mezzo di dollari, circa un miliardo e seicento milioni di euro: a questa cifra la Unilever ha ceduto due marchi di sughi pronti molto diffusi negli Stati Uniti al colosso giapponese Mikzan. A passare di mano sono il brand Bertolli (soltanto i sughi perché l’olio è passato dalla multinazionale anglo-olandese al gruppo spagnolo Deoleo nel 2008) e il non meno italiano Ragù. Ma soltanto nel nome perché si fratta in realtà di una società statunitense che con Belpaese non c’entra nulla.

L’operazione rientra nella ristrutturazione varata lo scorso anno da Unilever del proprio portafoglio prodotti negli Usa e comporta ü passaggio ai giapponesi anche di due stabilimenti, uno in Kentucky l’altro in California. In realtà pure l’olio Bertolli, assieme ai gemelli Sasso e Carapelli, è fresco di una compravendita. La multinazionale iberica Deoleo, sommersa dai debiti e a corto di liquidità per il disimpegno delle banche locali, è stata conquistata dal fondo d’investimento britannico Cvc Partners. E le peregrinazioni proprietarie dei fre marchi storici dell’alimentare italiano non sono ancora finite. Per quanto animato dai migliori propositi Cvc è pur sempre un fondo che si muove nella logica della massima valorizzazione degli investimenti fatti. Quello messo a segno dalla Mizkan è comunque un gran colpo: per rilevare i due brand che fatturano oltre 600 milioni di dollari l’anno solo in nord America c’era una lunga coda. La società Per la Coldiretti è «scandaloso» che il nome comune di una ricetta tipica della tradizione italiana sia diventato un marchio registrato da una multinazionale nipponica, comunque, opera da tempo in tutti e cinque i continenti ed è il maggior distributore al mondo di aceto di riso. È presente sul mercato Usa dalla fine degli anni Settanta, con una varietà di condimenti e salse rigorosamente asiatiche. Si tratta di capire se ora, forte dell’ultima acquisizione, non voglia puntare a una maggior penetrazione in Europa, il mercato dove è meno forte. Vale la pena di precisare che, nonostante i nomi italianissimi, i sughi venduti sotto i brand Bertolli e Ragù di italiano non hanno nulla, se non l’etichetta. E non si è fatta attendere la reazione della Coldiretti, maggior organizzazione del settore primario con 500mila produttori iscritti e che ha fatto della difesa del vero made in Italy una bandiera. «È scandaloso che il nome comune di una ricetta tipica della tradizione italiana come ragù», si legge in una nota diffusa dall’associazione di Palazzo Rospigliosi, «sia diventato un marchio registrato da una multinazionale venduta e comperata dagli Stati Uniti al Giappone senza alcun legame con la realtà produttiva del nostro Paese». «Siamo di fronte a un episodio che conferma la disattenzione con cui nel passato è stato difeso il nostro patrimonio agroalimentare», ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo. Una disattenzione che ha portato nel tempo «troppi a fare affari nel mondo con il falso made in Italy che nulla ha a che vedere con la realtà produttiva e occupazionale del Paese». Una lezione precisa Moncalvo – «che dobbiamo imparare anche per quel che può accadere in prospettiva».

Libero – 23 maggio 2014 

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