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Il governo prepara la manovra da 25 miliardi. Per il terremoto servono 6 miliardi in 4 anni. Giovedì si è svolto un vertice a Palazzo Chigi: altri sgravi per la produttività

Alessandro Barbera. Nel tentativo di evitare la corsa alle indiscrezioni, la riunione è avvenuta nel massimo riserbo, la prima per discutere concretamente la manovra che verrà. Giovedì pomeriggio attorno al tavolo di Matteo Renzi a Palazzo Chigi c’erano tutti quelli che contano, da Padoan a Calenda, da Nannicini a De Vincenti, oltre al Ragioniere generale Daniele Franco.

Il 15 ottobre – il termine ultimo per la presentazione della bozza al Parlamento – è meno lontano di quanto si possa immaginare. Sarà un autunno impegnativo, fra banche, referendum costituzionale e l’opera di ricostruzione di Amatrice e dei paesi colpiti dal sisma del 24 agosto. Renzi non ha alcuna intenzione di ripetere gli errori fatti da Berlusconi all’Aquila: di qui la scelta di Vasco Errani a commissario per la ricostruzione.

Gli oneri imprevisti di Madre Natura complicano un quadro finanziario di per sé non semplice: con una crescita al momento al di sotto dell’un per cento è sempre più improbabile che il governo riesca a rispettare l’impegno con Bruxelles a ridurre il deficit del 2017 all’1,8 per cento del Pil. Ieri a Cernobbio Renzi e Padoan hanno garantito che quel valore «continuerà a scendere», dunque l’asticella verrà fissata fra quell’1,8 e il 2,3 per cento, il limite oltre il quale il governo probabilmente finirebbe in procedura di infrazione. Il margine di flessibilità che l’Italia otterrà dalla Commissione europea dipenderà molto dal tipo di manovra e da quante delle spese per il terremoto saranno scomputate: le stime aggiornate dicono che costerà circa un miliardo e mezzo l’anno per i prossimi quattro, in tutto sei miliardi. Le regole europee dicono che l’Italia potrebbe escludere dal calcolo del deficit solo quelle per l’emergenza, ma distinguere fra costi per l’emergenza e quelli per la ricostruzione è complesso, soprattutto nei primi mesi.

L’ammontare complessivo dovrebbe avvicinarsi ai 25 miliardi di euro, ma anche in questo caso il numero va preso con precauzione: quel che conterà per Bruxelles è il saldo fra entrate e spese, e soprattutto a quanto ammonteranno i tagli alla spesa ai quali lavorano Padoan e il commissario alla spesa Gutgeld. Disinnescate le clausole di salvaguardia che imporrebbero l’aumento dell’Iva dal primo gennaio – sono 15 miliardi – restano da spendere pochi miliardi.

Per ottenere il massimo dall’Europa il governo è orientato a rispettare il più possibile le indicazioni della Commissione, ovvero spingere sulle misure per aumentare la produttività delle imprese. Confermato il superammortamento per i macchinari, Renzi e Padoan sono decisi a raddoppiare la dote per la tassazione agevolata dei contratti aziendali: l’ipotesi più gettonata prevede di salire fino a 4.000 euro di sgravio a favore di tutti i redditi fino a settantamila euro. Ci saranno ancora gli sgravi contributivi per i neoassunti, ma solo per un altro anno. Le ipotesi sono ancora tre: pari al 20 per cento del costo annuo del nuovo assunto, al 40 (lo stesso sconto previsto quest’anno) o solo al Sud e a favore degli under 29. L’ultima soluzione al momento è la più probabile, se non altro perché la meno costosa.

Una delle poche certezze sul tavolo è la riduzione dell’Ires sulle imprese dal 27,5 al 24 per cento, già conteggiata per tre miliardi nella manovra dell’anno scorso. E poi c’è la riduzione della spesa per interessi: nessuno crede che nel 2017 il piano Draghi si interromperà e il premier spera di avere da lì lo spazio fiscale per annunciare sin d’ora un taglio all’Irpef nel 2018. L’ipotesi più probabile è il taglio di almeno un punto delle tasse sui redditi medio-bassi, quelli che vanno dai 15 ai 28mila euro.

La Stampa – 3 settembre 2016

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