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Il Governo spinge sul Patto salute ma le Regioni: no ai commissari. L’accordo verso la stretta. I fronti dello scontro

Il Sole 24 Ore. «Se vogliono la guerra siamo pronti. Pronti a non firmare il Patto davanti all’ottica becera e centralistica con cui si nega la Costituzione e si rinnegano anni di federalismo sanitario». Potrebbe essere questa la settimana buona per stringere finalmente sul Patto per la salute tra Governo e Regioni con un possibile varo addirittura il prossimo giovedì, ma le parole barricadere del coordinatore degli assessori alla sanità, il piemontese Luigi Icardi, fotografano uno stallo dovuto alla prospettiva di nuovi commissariamenti per Regioni e aziende sanitarie in caso di inadempienza sui Livelli essenziali di assistenza (Lea).

L’accordo di massima sul pacchetto di 15 “schede” proposto dal ministero della Salute e dal Mef dopo gli ultimi mesi di trattative c’è. Ma tre nodi da sciogliere nel documento arrivato alla sua 33ma versione, rallentano la prospettiva di un’intesa. Il Patto, da siglare entro il 31 dicembre, arriverebbe comunque con nove mesi di ritardo rispetto alla prima scadenza fissata a marzo scorso, con buona pace della programmazione sanitaria. E se dovesse sfumare anche la deadline di fine anno, le Regioni perderebbero l’aumento da 3,5 miliardi del Fondo sanitario nazionale. Quindi l’Intesa si deve fare.

I fronti dello scontro.

Commissariamenti, spesa per il personale Ssn e mobilità sanitaria sono le cause dell’impasse. Ma se su flessibilità dei tetti per le assunzioni (dal +5% del decreto Calabria a un 10% consentito alle Regioni con i conti in ordine) e riduzione della mobilità passiva (su cui il Mef ammette interventi solo a invarianza di spesa) i margini di trattativa ci sono, sui commissariamenti è scontro. Il Governo punta a renderli ancora più cogenti non solo dal punto di vista finanziario ma anche – ora che il Ssn è in sostanziale equilibrio di bilancio – sul versante più debole dei Livelli essenziali di assistenza. Al contrario, le Regioni chiedono di sostituire all’attuale modello di commissariamento un “affiancamento” per i casi più difficili, che in ogni caso non intacchi le prerogative dei governatori sulle aziende sanitarie. Domani gli assessori alla Sanità si incontreranno per fare il punto e «si conteranno», avvisa Icardi, per «sventare il tentativo di un controllo anomalo del Governo sulle Regioni». Due le versioni in campo: quella della Salute e quella del Mef, più stringente sotto il profilo dei co nti.

I commissariamenti

La proposta della Salute introduce il meccanismo «Garanzia dei Lea» che va a sommarsi al commissariamento classico: dal 2020 spetterà al Comitato Lea chiedere alla Regione risultata inadempiente in uno o due macro livelli di assistenza – previa valutazione con il Nuovo sistema di garanzia – un «piano di interventi» che diventerà obiettivo prioritario per il direttore della sanità regionale e per i manager delle aziende sanitarie e ospedaliere. A vigilare sul recupero sarà il Comitato Lea: in caso di insufficienza su tutti e tre i macro livelli (prevenzione, ospedale e territorio) scattano un programma di riorganizzazione, riqualificazione o potenziamento del Ssr e le regole dei piani di rientro, con il blocco delle premialità. La revoca del commissariamento per inadempienza sui Lea avverrà solo a precise condizioni tra cui un punteggio maggiore di 160 fino all’entrata in vigore del nuovo sistema di garanzia e, dal 2021, il rispetto degli indicatori “core” del Nuovo sistema di garanzia.

Un ulteriore giro di vite arriva dal Mef che prevede due misure: nei casi di riscontrate gravi criticità sui tre macro livelli dei Lea per l’Economia scatterà il piano di rientro; mentre in caso di inadempienze meno gravi e più circoscritte sempre sui Lea si prefigura un piano di potenziamento a valere sugli obiettivi di Piano sanitario nazionale per complessivi 500 milioni. Piano che, se non provvederà la stessa Regione, sarà messo a punto dal comitato Lea. Non solo: il Mef abbassa l’asticella del parametro finanziario per l’entrata in piano di rientro dal 5% all’1%. Proposta per gli assessori «non accettabile». «Se passasse la versione più oltranzista del Mef per noi irricevibile – avvisa Icardi – solo otto Regioni si salverebbero dal piano di rientro».

 

Barbara Gobbi

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