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Il «palazzo d’oro»? La truffa è prescritta. Per l’intermediazione tra Ferrovie e Regione Veneto, il manager Gambato aveva incassato 1,6 milioni

L’avevano chiamato il «palazzo d’oro». D’altra parte la Regione Veneto per acquistare quell’immobile a fianco della stazione di Santa Lucia a Venezia aveva sborsato la bellezza di quasi 70 milioni di euro.

Ma chi aveva brindato era stato soprattutto Gian Michele Gambato, 60 anni, presidente di Sistemi territoriali e poi anche di Confindustria Rovigo, che da quella operazione aveva incassato addirittura un milione e 600 mila euro: 300 cento mila euro nel 2001 per aver assistito l’azienda del gruppo Ferrovie dello Stato nell’affitto dell’immobile a Palazzo Balbi, poi i restanti 1,3 milioni nel 2007 per la cessione, appunto. Una cifra pagata da Grandi Stazioni, che però nel 2010, cambiati i vertici, aveva anche cambiato opinione sul punto: non trovando carte che la giustificassero, era partito un esposto alla procura della Repubblica di Roma.

Ora, a 4 anni di distanza dall’apertura del fascicolo e dopo che la procura romana nel 2012 aveva chiuso l’indagine e chiesto il rinvio a giudizio di Gambato e di altre tre persone per truffa, l’inchiesta è destinata alla prescrizione. Il timbro ufficiale non c’è ancora, perché il gip di Roma a cui il processo era stato assegnato, prima dell’estate ha dichiarato la propria incompetenza territoriale: se processo ci deve essere, si deve celebrare a Rovigo, dove ha sede la Emmegi, la società attraverso la quale Gambato in quel 2007 aveva fatturato la consulenza a Grandi Stazioni, e dove c’è anche la banca alla quale è stato bonificato l’importo. E così, con quasi 4 anni persi tra il presunto reato commesso e altrettanti nel palazzo di giustizia romano (il fascicolo ha cambiato ben tre pm in questi anni), ora è tutto finito. In realtà ci sono due calcoli, uno secondo cui il fascicolo si è prescritto lo scorso aprile, l’altro secondo cui si prescriverà il mese prossimo. In entrambi i casi non sarà possibile celebrare il processo, ma serve comunque che arrivi il timbro del gip rodigino. «La cosa strana di questa indagine è che, dopo aver pagato una fattura nel 2007 e non aver mai avuto nulla da ridire, Grandi Stazioni a fine 2010 ha deciso di presentare la denuncia – dice l’avvocato Paola Malasoma – La mia impressione è che il vero obiettivo non fosse Gambato, c’era una lotta intestina. Ed è per questo che è sbagliato dire che ha beneficiato della prescrizione». Lui, che all’epoca si era detto del tutto innocente («non ho truffato nessuno, ho ricevuto un incarico da Grandi Stazioni e dal 2004 al 2007 ho lavorato sodo, con incontri anche settimanali», aveva spiegato al nostro giornale nel 2010), oggi preferisce un secco «no comment»: «Non capisco che interesse possa ancora avere questa vicenda», lamenta.

Resta solo un piccolo giallo: all’epoca era stato aperto un fascicolo anche a Venezia, sulla base di un’indagine parallela dei carabinieri della sezione di polizia giudiziaria della procura lagunare. I militari avevano addirittura ipotizzato una concussione, come se Gambato avesse costretto Grandi Stazioni a versargli quei soldi per far andare a buon fine il contratto. Solo in questo caso l’indagine avrebbe qualche speranza, perché se si tornasse anche solo a una più semplice corruzione l’archiviazione sarebbe già scattata. Di quell’indagine non si sa più nulla, anche perché il pm che la seguiva ha cambiato sede e ora dovrebbe essere presa in mano da chi l’ha sostituito. Sempre che ci sia ancora, perché alle stesse parti in causa risultava che gli atti fossero stati inviati a Roma per competenza territoriale. E così, tra un rimpallo e l’altro, la verità (almeno quella giudiziaria) non si saprà mai.

Alberto Zorzi – Il Corriere del Veneto – 2 settembre 2014

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