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Il no degli agricoltori bio agli Ogm che rispondono ai pro biotech: l’Italia punti sulle colture tipiche

La battuta che ferisce di più il mondo del biologico è quella di uno dei promotori dell’appello dei 716 agricoltori pro-Ogm: «Se mi trovassi davanti una polenta ogm e una biologica, non avrei dubbi. Quella biologica potrebbe essere piena di tossine…» ha detto ieri al Corriere Franco Nulli, imprenditore lombardo.

«Totalmente falso — protesta Paolo Carnemolla, presidente di Federbio —. Semmai tutte le ricerche dimostrano che nei prodotti biologici il contenuto delle micotossine è significativamente inferiore a quello che si rileva in quelli coltivati in modo diverso». Ovviamente il nodo non è solo questo. Di fronte alla richiesta di oltre 700 agricoltori — e all’apertura della scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo — il comparto del naturale mostra i suoi «muscoli». «Con 43.815 imprenditori abbiamo il primato in Europa e siamo ottavi nel mondo — elenca il presidente Carnemolla —. Il nostro Paese è vocato per il tipico e per la qualità, è forte la preoccupazione che la contaminazione accidentale con gli Ogm vanifichi il nostro lavoro». Timori condivisi da Roberto Moncalvo, alla guida della Coldiretti: «Quando lo scorso anno venne seminato in Friuli mais transgenico la Forestale misurò un inquinamento nei campi vicini del 10 per cento. In Italia, con una estensione media degli appezzamenti di 8 ettari, non è possibile la coesistenza». Proprio per quelle pannocchie fatte crescere per sfida da Giorgio Fidenato è attesa in questi giorni la decisione del Consiglio di Stato. A bloccare in Italia la coltivazione di organismi modificati fu agli inizi del 2000 il governo Amato e l’allora ministro Alfonso Pecoraro Scanio. «Venne istituita una commissione, anche con il contributo di Rita Levi Montalcini — ricorda Pecoraro Scanio —. La conclusione fu che non c’era nessun elemento di sicurezza sugli effetti di una semina in campo aperto. Tanto per capirci, tutti dovrebbero ricordarsi quanti scienziati sostenevano che alimentare gli animali con farine animali non aveva conseguenze. Quando scoppiò mucca pazza gli scienziati erano scomparsi. Non dico che l’Ogm è come il prione, ma il principio di precauzione deve valere sempre». Fiorello Cortiana, l’ex vicepresidente della commissione Agricoltura del Senato che volle l’indagine conoscitiva sugli Ogm, invita la senatrice Cattaneo a rileggersi «la relazione finale, approvata all’unanimità. Usciamo dall’ipocrisia, qui non c’entra la fame nel mondo ma la brevettabilità della conoscenza umana». Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf, tiene invece a sottolineare l’importanza della biodiversità. «La vera priorità è la sua conservazione altrimenti non c’è futuro per la specie umana». Il Wwf è tra i sostenitori del «Protocollo di Milano», promosso dala Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition per far sì che Expo 2015 assuma impegni concreti anche su questi temi. «Sugli Ogm — conclude Bologna — la conoscenza scientifica è ancora in fase embrionale, serve grandissima cautela per non distruggere i nostri ecosistemi».

Riccardo Bruno – Il Corriere della Sera – 12 giugno 2014 

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