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Il nodo dei marchi sulla strada del Ttip. Divide la tutela sul mercato Usa dei prodotti Dop e Igp. Gli americani scoprono le carte: la protezione non penalizzi le nostre merci simili

Nel negoziato in corso sul Ttip (il Transatlantic treaty of international partnership) è uno dei capitoli che più divide. E infatti non se ne è ancora parlato apertamente. Eppure, la partita su come vedere adeguatamente tutelati i prodotti Dop e Igp nella principale piazza estera dell’Italian Sounding, cioè gli Usa, entrerà a gamba tesa nella prossima tornata negoziale, fissata per febbraio. E non sarà un match amichevole.

In un’intervista rilasciata due settimane fa al portale Euractiv, infatti, il segretario all’Agricoltura degli Stati Uniti, Tom Vilsack, ha scoperto le carte. «Noi rispettiamo – ha detto Vilsack – l’idea che i brand, i marchi e le indicazioni che si traducono in un valore di mercato più elevato, siano qualcosa da proteggere. Gli europei, in sostanza, vogliono proteggere quell’affermazione di valore aggiunto. La nostra preoccupazione è che per difendere le Igp europee alcuni prodotti americani che vengono commercializzati con lo stesso nome da decenni ormai – commercializzati con quelli che noi riteniamo siano termini relativamente generici – possano essere esclusi dal mercato». La sfida qui – ha concluso Vilsack – è trovare un modo per proteggere l’affermazione di valore aggiunto da parte di prodotti collegati a specifiche aree europee, senza escludere necessariamente la commercializzazione di prodotti statunitensi simili o di natura analoga».

Insomma, l’Italian Sounding è un business assai fiorente. E un accordo, per parte americana, non dovrà più di tanto metterlo in discussione. Del resto, come dimostrato alcuni giorni fa da una ricerca promossa dal Consorzio del Parmigiano Reggiano, il 67% dei consumatori negli Usa quando mangia il “parmesan” è convinto di trovarsi di fronte a autentico prodotto italiano: per due terzi degli statunitensi il termine “parmesan” non è quindi affatto generico, come sostengono le industrie casearie americane. «Un inganno – ha sottolineato il direttore del Consorzio, Riccardo Deserti – che negli Usa costituisce un grave pregiudizio all’incremento delle nostre esportazioni». Proprio perché questo è il quadro, ha però affermato Paolo De Castro, relatore permanente per il Ttip sui temi dell’agroalimentare, l’alimentare ha solo da guadagnare dal negoziato: «Visto e considerato lo stato dell’arte dove 9 prodotti italiani su 10 sono contraffatti, peggio di così non può andare. E nonostante tutto è l’Europa che ha un saldo attivo di oltre 6 miliardi di euro nell’export verso gli Usa e non il contrario». È ovvio, ha detto ancora De Castro, «che la legislazione europea noi la vogliamo mantenere e siamo solidamente compatti a non cambiarla – ha detto il presidente – ma dobbiamo trovare un sistema per evitare che i nostri prosciutti o i nostri formaggi vengano bloccati, perché a oggi abbiamo tante barriere americane non tariffarie che ostacolano le nostre esportazioni».

Per De Castro, il modo migliore è «spostare il punto di un possibile accordo dal produttore al consumatore, per tutelare i prodotti a indicazione geografica. Perché negli Usa ci sono delle potenti associazioni dei consumatori che si battono per far avere informazioni trasparenti e possono essere i nostri migliori alleati». Intanto, se gli europei si siederanno al tavolo decisi a mantenere il punto sulla propria tradizione, gli Usa – secondo fonti negoziali – sembrano più propensi a riproporre l’approccio appena siglato nel Tpp (l’accordo siglato tra Washington e 10 nazioni di Sudest e Pacifico).

«L’accordo sul Tpp, recentemente raggiunto con i nostri amici del Partenariato Trans-Pacifico – ha detto ancora il sottosegretario all’Agricoltura, Vilsack – ha creato un sistema duale, prima non disponibile, per cui è possibile verificare se qualcosa ha diritto o meno a rientrare nel quadro delle Igp. In generale, comunque, non si tratta di una questione semplice. È un tema che richiederà molto lavoro e capacità creativa per arrivare a immaginare un sistema che protegga il valore, ma non a spese di prodotti ormai noti da tempo con un certo nome».

Secondo gli ultimi dati Ismea disponibili (ancora quelli 2013) con un volume prodotto di 1,27 milioni di tonnellate, di cui oltre un terzo esportato per un valore di circa 2,4 miliardi di euro (+5% su base annua rispetto all’anno precedente), l’Italia rimane leader mondiale del comparto con 269 prodotti iscritti nel registro Ue. Di cui 161 Dop, 106 Igp e 2 Stg.

Laura Cavestri – Il Sole 24 Ore – 26 dicembre 2015

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