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Il nuovo Senato e il Titolo V. Bicameralismo addio in 40 articoli e lo Stato toglie poteri alle Regioni. Corsia preferenziale alle proposte del governo

Palazzo Madama avrà 100 membri non elettivi scelti tra consiglieri regionali e sindaci. Poteri paritari a quelli della Camera solo su leggi costituzionali e elettorali.

La Camera approva il progetto di legge costituzionale che prevede novità in ben 40 articoli della Carta e lo rimanda al Senato con la speranza che Palazzo Madama lo approvi in copia conforme e concluda il primo esame previsto dall’attuale articolo 138. Il provvedimento ruota intorno all’abrogazione del bicameralismo perfetto così come era stato concepito nel 1948, con Camera e Senato che avevano stessi poteri e prerogative. Il bicameralismo viene cancellato in favore di un sistema centrato sulla Camera, depositaria del rapporto fiduciario con il governo. Il Senato, eletto in maniera indiretta dai Consigli regionali, diventa il luogo di rappresentanza dei territori. Ma conserva poteri paritari nel campo delle leggi costituzionali ed elettorali. Questa divisione dei compiti ha portato però ad una complessa diversificazioni dei procedimenti legislativi per materie, con i presidenti di Camera e Senato che dovranno mediare in caso di conflitti di interessi. Il governo si vede invece riconoscere delle corsie preferenziali per i provvedimenti che ritiene fondamentali per l’attuazione del suo programma. Infine, vengono cancellate dalla Costituzione le Province. L’altra grande perno su cui ruota la riforma è la rivisitazione dell’articolo 117, quello che divide le competenze legislative fra Stato e Regioni. Viene cancellata la competenza “concorrente” e, in sostanza, un corposo pacchetto di materie torna allo Stato.

Scelta che fa infuriare i sostenitori del federalismo come i leghisti. Forte opposizione ha suscitato anche la nuova previsione di una “clausola di supremazia”. Una norma che dà al governo il potere di chiedere al Parlamento di intervenire su materie di competenza regionale quando viene messo in discussione l’interesse nazionale.

Repubblica – 11 marzo 2015 

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