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Il parco scientifico e tecnologico Vega è a un passo dal baratro. Buco da oltre sette milioni di euro

Concordato in vista. L’ex procuratore Fortuna: situazione da fallimento. L’ex procuratore della Repubblica di Venezia, Ennio Fortuna, dice: «Mi chiedo se ci sono i termini per un concordato o se invece non sia da considerare la società fallita».

I numeri lasciano pochi dubbi (e interpretazioni): la perdita di esercizio ha raggiunto (a maggio scorso) i 7,3 milioni di euro; il patrimonio netto nell’ultimo triennio si è pressoché dimezzato, scendendo dai 18,9 milioni del dicembre 2009 ai 9,9 di dicembre 2012; l’indebitamento ha raggiunto (bilancio 2012) 15,5 milioni, circa nove nei confronti delle banche e quattro con i fornitori per debiti scaduti che rendono la società esposta ad azioni esecutive di singoli creditori.

La strada del «Vega», il Parco scientifico e tecnologico di Venezia, è fin troppo in salita. Era nata come un’iniziativa di recupero territoriale promossa dal Comune di Venezia, riqualificando un’area di Porto Marghera abbandonata dal declino industriale e trasformandola in un polo del terziario avanzato. Ricerca, innovazione e «green economy» come parole d’ordine, adesso il fatturato aggregato delle 20 start-up supera il milione di euro. Il «Vega» è l’«incubatore», affitta gli spazi, gestisce e fornisce i servizi alle aziende.

Il socio di maggioranza è il Comune di Venezia con il 43,6 per cento (di cui 37,3 in via diretta e il 6,3 tramite le controllare «Veritas» e «Venis»), gli altri più grossi sono Eni (21%), la Regione (tramite la controllata «Veneto Innovazione holding» con il 17%) e la Provincia di Venezia (5%).

Fino a ieri le perdite sono state in qualche modo ridotte da parte dei soci, adesso non ci sta più nessuno. Anzi è la stessa Regione con «Veneto Nanotech» (che controlla) che non ha pagato canoni e consumi energetici per 1,2 milioni di euro. Non ci sta il Comune di Venezia (è la legge che inibisce al pubblico di sottoscrivere un aumento di capitale, il consiglio di amministrazione lo ha richiesto a luglio per 4 milioni di euro) e anche l’Eni è pronto a defilarsi.

Il problema è strutturale: la Scarl perde almeno due milioni di euro all’anno a causa di una politica immobiliare che di fatto costa più di quello che ricava.

Costa la bolletta della luce e del gas più di quanto portano gli affitti, ma questo è uno dei «peccati originali» dell’«incubatore». E a questi vanno aggiunte anche le spese non previste che si sono succedute, a partire da quelle delle bonifiche del cosidetto «Vega2».

«Eni vuole andare via lasciandoci come regalo tre milioni di euro di bonifiche sostenute dalla Scarl, ma che doveva pagare lei» ha detto in sostanza ieri mattina alla commissione comunale consiliare il presidente Daniele Moretto (in carica dal 2012). Non a caso il nuovo ad (da luglio) Tommaso Santini ha redatto un piano di ristrutturazione. «Se nei primi cinque mesi dell’anno si è registrata una perdita di 1,6 milioni, per l’ultimo semestre dell’anno ne abbiamo stimata una di soli 300 mila euro — dice Santini — Un dato che deve far riflettere, ma che evidenzia anche come un’azienda non si risana in pochi mesi. Col supporto dei soci e con operazioni di sistema penso che riusciremo a recuperare la società».

Un esempio su tutti è la questione dell’energia: Santini ha interrotto il rapporto con «VegaEnergie» (società al 35% del Gruppo Marinese e al 65% del raggruppamento di cooperative Cpl) che costava mediamente il 30 per cento in più rispetto al mercato, stipulandone uno nuovo — più conveniente — con «Veritas Energia».

Il Tribunale di Venezia ha accolto la richiesta di concordato preventivo che dovrà essere presentata entro due mesi (la società ha chiesto un ulteriore proroga di 60 giorni) per soddisfare i creditori e rilanciare l’attività.

Da una parte la riduzione dei costi, dall’altra la dismissione immobiliare dovrebbe portare la società in una situazione economica finanziaria sostenibile. Verranno ceduti gli edifici realizzati in questi anni, ma probabilmente saranno anche ristrutturati. Per ogni metro quadro affittato ce n’è 1,5 libero che non può essere utilizzato.

Da qui la collaborazione con l’Istituto universitario di architettura Iuav che potrebbe anche insediarsi a Marghera. «Questo non cambia la situazione gravissima — attacca Renato Boraso, consigliere di “Impegno per Venezia e Mestre” — Serve un’azione di responsabilità nei confronti dei precedenti amministratori di Vega compreso l’ex direttore generale Michele Vianello».

Francesco Bottazzo – Corriere Veneto – 26 novembre 2013 

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