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Il partito dei pensionati. Per il premier la priorità è l’occupazione dei giovani ma dovrà vedersela con la lobby degli ex lavoratori

Ecco l’alleanza trasversale che cerca il voto dei “capelli grigi”

Il partito delle pensioni non dorme mai. È trasversale, attento, attivo. Siede ovunque, nelle commissioni di Camera e Senato. Legge, studia, trama. Pronto alla guerra degli emendamenti quando c’è bisogno. E soprattutto con le porte aperte. Perché la regola numero uno è mai negarsi alla controparte, la lobby dei pensionati. Organizzatissima e per questo super ascoltata. Ecco perché, nonostante i distinguo ufficiali, quando si tratta di scrivere e soprattutto votare le misure sulle pensioni nessuno è veramente mai contro. Maggioranza e opposizione. Destra, sinistra, centro e loro estreme. E anche Cinquestelle.

D’altro canto, chi potrebbe mai fare la faccia feroce all’idea di Renzi premier, ora rispolverata da molti nel Pd, di dare 40 euro in più al mese a 4 milioni di pensionati incapienti, dunque poveri perché contano su meno di 8 mila euro di reddito all’anno? Quanti oggi dicono che questa misura sfascia i conti – Forza Italia, ad esempio – hanno già l’asso nella manica. La promessa di Berlusconi, affidata il primo aprile scorso alle amazzoni del partito (Bergamini, Prestigiacomo, Carfagna, Centemero), di portare le pensioni minime da 502 a 1.000 euro. Promessa di certo non neutra sul bilancio dello Stato. E da non prendere sottogamba. Berlusconi è un mago quando si tratta di anziani, dalle dentiere gratis al veterinario pagato per l’animaletto di compagnia. E soprattutto l’ha già fatto nel 2001, con le minime alzate da 800 mila a 1 milione tondo di vecchie lire. Le pantere grigie hanno memoria lunga.

E i numeri disarmano. I pensionati italiani sono 15 milioni e 900 mila (dati Inps). I giovani dai 18 ai 32 anni poco più della metà, 9 milioni e mezzo (dati Istat). Chi pesa di più nelle urne, considerato assenteismo e disaffezione dei Millennials? Secondo l’istituto Demopolis, il 70% degli under 35 ha votato no al referendum costituzionale di dicembre, ma solo il 48% degli over 65. Ecco perché il partito delle pensioni freme. A cominciare dal Pd. Da una parte i “chigisti”, gli economisti di Palazzo Chigi che l’anno scorso hanno inventato l’Ape, un modo per andare in pensione prima senza appunto scassare i conti: Tommaso Nannicini e Stefano Patriarca. E poi confezionato il pacchetto dei “bonus”: quattordicesima e no tax area. Ma c’è anche un altro Pd, molto più attento al sociale, pronto a spalleggiare le categorie in affanno: donne, lavoratori precoci, impiegati in mansioni usuranti. E incarnato dal duo inossidabile Cesare Damiano e Marialuisa Gnecchi, una vera pasionaria della previdenza, la madrina di tutte le salvaguardie degli esodati dalla Fornero. Damiano- Gnecchi sono l’ultimo anello di congiunzione con la sinistra scissionista dell’Mdp. E con l’altra più estrema di Sinistra Italiana, guidata da Fassina e Fratoianni. Entrambe non simpatizzanti della legge Fornero, sebbene con cento sfumature di opposizione. Talvolta in sincrono con i dirimpettai, Fratelli d’Italia e Lega. I gemelli diversi della destra italiana fanno a gara per piacere ai nonnetti. La Meloni sogna di mettere le mani sulle pensioni d’oro, dai 5 mila euro in su, per alzare le minime. Salvini ha sempre a portata d’armadio la t-shirt “Stop Fornero”, nonostante il colpaccio delle firme raccolte per abolire la legge non gli sia riuscito. E il centro che dice, con chi sta? Alfano ha perso il suo guru delle pensioni, l’ex ministro Sacconi transitato da Udc alla nuova formazione di Parisi. Ma la posizione è quella: ripensare l’età pensionabile senza terremotare l’Inps. Vecchio equilibrismo democristiano. Sacconi (ex socialista) è anche andato oltre, facendo la pace con il “nemico” Damiano (ex Cgil): entrambi ora vogliono bloccare il rialzo automatico dell’età di uscita a 67 anni. Lontani i tempi in cui se le davano di santa ragione, all’epoca dello scalone di Maroni, tolto poi da Damiano ministro del Lavoro. Ruggini antiche. Oggi si sta insieme. Grillini compresi. Chiaro, per i Cinquestelle il nemico è il Palazzo, i vitalizi, i privilegi, le pensioni d’oro. Quelle sono le battaglie. Anche perché il consenso tra gli over scarseggia. Dietro le quinte però c’è una parola per tutti. I pensionati poveri, gli esodati e pure i “quarantunisti”, quelli che hanno iniziato a lavorare da minorenni. «La loro battaglia sarà la nostra», diceva Di Maio lo scorso ottobre ricevendoli in delegazione. Il partito delle pensioni non si ferma mai.

Repubblica – 29 agosto 2017

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