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Il posto fisso non è affatto morto. Vale l’80% del lavoro dipendente. E il mercato non è fermo

All’80% di contratti a tempo indeterminato si somma un 20% di assunzioni precarie. Il mercato non è fermo: ogni anno ci sono 10,5 milioni di nuovi avviamenti

Il de profundis viene continuamente cantato, ed è diventato una specie di mantra che si autoalimenta: il posto fisso non c’è più, viva il posto fisso! Ma siamo sicuri? La disoccupazione ha raggiunto livelli insopportabili, siamo tutti d’accordo. La flessibilità è aumentata, come la precarietà, non si discute. Ma se vogliamo essere fedeli alla realtà dobbiamo fare riferimento ai dati e non solo alle percezioni. Per esempio, molti dicono che il mercato del lavoro è fermo, immobile: niente di più sbagliato. Semmai non cresce in termini assoluti, o si riduce, ma al suo interno i movimenti sono intensi e vorticosi: nonostante la crisi, ogni anno ci sono oltre 10,5 milioni di nuovi avviamenti al lavoro, cioè assunzioni, anche se non compensate dalle cessazioni. Tutti dicono inoltre che il posto fisso è morto, ma la percezione anche in questo caso rischia un effetto ottico distorsivo. Innanzitutto non bisogna confondere lo stock occupazionale con il flusso. Se cioè negli ultimi anni prevalgono le assunzioni a termine, lo stock cioè la quantità complessiva di occupazione resta pur sempre maggioritariamente fissa, permanente. Gli ultimi dati Istat ci dicono che in Italia ci sono 22,5 milioni di occupati, di cui 16.886.000 sono dipendenti, stabili e a termine, e 5.574.000 indipendenti. Su 16.886.000 dipendenti, i permanenti a tempo pieno (i veri posti fissi) sono 12.046.000. Se a questi aggiungiamo i part time permanenti equivalenti a tempo pieno (2.563.000 diviso due, uguale a 1.281.000), arriviamo a uno stock di contratti a tempo indeterminato a tempo pieno di 13.327.000. E’ questo il nocciolo duro dell’occupazione stabile. Il rapporto tra dipendenti totali e dipendenti a posto fisso è quindi del 79%. A questa quota di posti stabili a tempo pieno fa da contraltare, in termini di stock, un 21% di dipendenti precari e a termine. Come si vede, la quantità di posti fissi corrisponde alla solita quasi ferrea legge di Pareto dell’80-20. Il flusso degli ultimi anni e dei prossimi è probabilmente destinato a variare questo rapporto, ma una quota largamente maggioritaria di posti fissi è la condizione obbligatoria per chi fa impresa, che non può certo fare affidamento solo sul personale precario. Semmai va riconosciuta ai precari parità di diritti universali, al pari degli altri cittadini e lavoratori.

La Stampa – 12 settembre 2013 

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