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Ora il premier prova la carta della fiducia Il no all’ipotesi di fare un rimpasto e a una trattativa con Berlusconi

Pronto un discorso «duro» al Parlamento sul rilancio del governo. «Un mandato pieno per governare sino a marzo del 2015. Un mandato politico chiaro, non sottoposto ad alcuna condizione che non sia quella del bene del Paese.

Un mandato che dovrà da oggi essere totalmente svincolato dalle vicende personali del Cavaliere, dall’evoluzione giudiziaria di una storia che in questi ultimi due mesi ha condizionato in modo inaccettabile l’esecutivo e l’Italia».

Le condizioni di Enrico Letta sono queste, queste le basi sulle quali superare la crisi e rilanciare il governo. Ieri sera, mentre limava gli ultimi passaggi del discorso che oggi pronuncerà in Parlamento, mentre respingeva le dimissioni dei ministri del Pdl, il premier riassumeva in questo modo la svolta che occorre rispetto al recente passato: un’alleanza nuova, finalmente sgombra dai condizionamenti di Berlusconi, con tutto il Pdl o con quei pezzi di Pdl che ci staranno.

Nel Pd la chiamano «operazione verità». Con il capo dello Stato, che Letta incontra al mattino, si concorda l’unica strada possibile: una chiarificazione istituzionale limpida e trasparente, che consenta al governo di proseguire la sua azione, solo se ci saranno le condizioni. Una linea di demarcazione netta, rafforzata dallo strumento della fiducia, dalla decisione di respingere le dimissioni dei ministri. E, soprattutto, di rifiutare qualsiasi trattativa con Berlusconi.

Colui che mette a rischio la stabilità del Paese, contro ogni previsione e soprattutto contro tutti, dentro e fuori i confini nazionali: dal Vaticano a Confindustria, dalle cancellerie europee ad organismi internazionali come l’Ocse, sino ai mercati finanziari, che ieri pomeriggio festeggiavano sulle notizie della possibile diaspora pidiellina al Senato.

Per tutto il giorno il capo del governo tesse la sua tela a Palazzo Chigi. Riceve tutti, Gianni Letta che porta un ramoscello d’ulivo dopo aver visto il Cavaliere, parla con i ministri del Pdl, discute a lungo con Alfano, che si ribella a Berlusconi. Chiama nel suo studio Matteo Renzi, anche per convincere i dissidenti del Pdl che il sindaco sosterrà lealmente (e a lungo) il governo. E mentre lavora al discorso, respinge una dopo l’altra tutte le offerte, le pressioni, le richieste di trattativa che arrivano da Palazzo Grazioli.

Letta insomma resiste. E arriva oggi al Senato con la serena determinazione di chi ha tirato dritto per la sua strada. Attraverso i suoi mediatori, non si sa quanto convinti, a cominciare da Gianni Letta, Berlusconi sembra recapitare a Palazzo Chigi proposte di mediazione, tentativi di riapertura di un dialogo. Il rimpasto? Una mediazione sul programma? Niente di niente, Letta è un muro di gomma. Forte dell’asse con Angelino Alfano, del sostegno del Pd e del «tifo» internazionale ad altissimo livello, arriva stamane a Palazzo Madama convinto di aver scelto l’unico percorso giusto e insieme trasparente.

Il passaggio della fiducia sarà stretto, non scontato, ma alle sei del pomeriggio chiede a Dario Franceschini di ufficializzare la decisione. Si fuga la voce che voleva il capo del governo pronto a dimettersi subito dopo il discorso in Aula, per dare ancora tempo alle colombe del Pdl in attesa del voto sulla decadenza di Berlusconi. Una strada insidiosa, contorta e soprattutto confliggente con le notizie che arrivano dall’altra sponda: secondo quelle più ottimistiche i senatori del Pdl che potrebbero votare la fiducia al governo sarebbero decine. Giovanardi parla di una quarantina, mentre Alfano non dispera di riuscire a tenere unito il partito. A tarda sera i numeri rimpiccioliscono, ma il metodo scelto dal capo del governo non cambia.

Di sicuro quello che pronuncerà sarà un discorso duro. Se Berlusconi avrà perso il controllo del suo gruppo parlamentare Letta non avrà bisogno di citarlo, ma indubbiamente sarà chiaro sui principi: al Paese serve un governo che abbia un mandato ampio, «basta con gli aut aut, i ricatti e le ambiguità, da oggi si volta pagina». Queste saranno le basi di una possibile ripartenza: il voto di fiducia, o di sfiducia, dirà chi ha vinto la scommessa, se Letta o il Cavaliere.

Monica Guerzoni e Marco Galluzzo – Il Corriere della Sera – 2 ottobre 2013 

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