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Il presidente del Consiglio deve sminare l’autostrada delle riforme. Dl Pa, fatiche (e fiducie) d’agosto

di Roberto Turno. Grillini, vendoliani e dissidenti Pd (ma non solo) come la Bundesbank. Forzisti, alfaniani e scettici vari come la Merkel. È l’Europa in Italia che dalla prossima settimana Matteo Renzi e il Pd renziano dovranno cercare di sminare per liberare l’autostrada delle riforme. Quelle riforme che rappresentano il passaporto e la licenza indispensabili per riuscire a strappare flessibilità per la finanza pubblica che è ora la vera sfida che ha davanti il premier ex sindaco per rilanciare l’economia. O almeno per provarci. O per annunciarlo. Se davvero basteranno.

Da mercoledì il vecchio Senato vota il nuovo Senato

Si apre l’ennesima settimana cruciale per la politica italiana. L’impressione che il Governo di Renzi nei prossimi giorni sia davanti a un bivio è reale. Superati i primi voti in commissione per quello che dovra significare il “cambio di genere” del Senato prossimo venturo – e delle istituzioni, e della politica italiana – da lunedì il superamento del bicameralismo perfetto e la non elezione dei senatori che verranno (ma da quando? da quale legislatura?) entra nel vivo dei voti. E delle alleanze che più o meno misteriosamente vanno formandosi. Con tanto di accordi segreti o meno che, chissà, potrebbero riguardare aspetti come le televisioni o la giustizia. Voci di corridoio, forse, che però chi non vede di buon occhio il patto ex sindaco-ex Cav, non fatica ad alimentare. Insomma, però, per le riforme istituzionali saranno giorni decisivi. In attesa che da mercoledì 9 luglio – santa Floriana, martire di Roma, dice il calendario – i testi approdino in aula dalla commissione. L’assemblea di palazzo Madama è prenotata, chissà per quanti giorni. Il vecchio Senato vota il (forse) nuovo Senato.

Camere al rallenty

E le commissioni si comporteranno di conseguenza: molta vetrina, pochi lavori veri. D’altra parte è tempo che le Camere lavorano al rallenty. Altroché stress da pressing dei 5 stelle. Tutti si adeguano ai ritmi del Palazzo. Le riforme istituzionali, dunque, con annesso passo indietro promesso (ma sarà davvero così?) dal federalismo andato in scena con poco successo e tanti brividi in Italia da 13 anni in qua. L’altra metà della mela – e riecco il paso doble del patto del Nazareno bissato ieri a palazzo Chigi – è la riforma elettorale. Perché tutto si tiene insieme, ogni Patto ha tante facce. E anche qui che le riforme devono dimostrare di essere tali. Merkel o Bundesbank che sia.

Dl Pa, fatiche (e fiducie) d’agosto

Poi, se non bastasse, Renzi e la sua squadra avranno davanti nella prossima settimana in Parlamento altre facce ancora di quella medaglia che vogliono guadagnarsi. In primis i decreti legge. Che al momento in Parlamento sono quattro. Con la bomba a orologeria del taglia-burocrazia, la sfida della competitività e il bonus-cultura che premono. Sulla Pa prepariamoci a più voti di fiducia: è in commissione alla Camera, che finora ha solo «audito» ma non votato: il fatto è che presto il decreto dovrà andare in aula e poi essere trasferito al Senato. Doppia fiducia in canna? Molto probabilmente sì. Tra l’altro (il Dl 90 scade il 23 agosto) costringerà deputati e senatori alle fatiche estive in agosto. Magari per l’8 agosto tutto finirà. Ma c’è l’incubo dei grillini e della piazza che potrebbero costringere i partiti a fare loro malgrado gli straordinari. A meno che anche Grillo non decida di andarsene al mare.

Il Sole 24 Ore – 6 luglio 2014 

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