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Il punto di Stefano Folli. Il logorìo è già in atto se l’unico tema è il destino di Berlusconi

La prospettiva di un governo in apparenza salvo, ma in realtà minato alla radice dalla crescente incomunicabilità fra i partner è ben presente a Palazzo Chigi. Giusto chiedere garanzie al Pdl e al Pd, a patto di non credere davvero che basti una formale quanto generica promessa di lealtà per evitare gli scogli di settembre.

Meglio affidarsi alle cifre della Banca d’Italia e a quel vago sentore di ripresa su cui hanno posto l’accento il ministro Saccomanni e il governatore Visco. Letta fa bene a puntare i piedi. Purtroppo quando afferma «non mi farò logorare», vuol dire che un certo logorìo è già in atto. Eppure questa maggioranza continua a non avere alternative. Non c’è un’intesa fra Pd e Cinque Stelle nel novero delle cose possibili e Grillo ha voluto ricordarlo a quanti, nel variegato campo della sinistra, non vogliono arrendersi alla realtà.

D’altra parte, si può escludere che il premier stia adombrando fra le righe le sue dimissioni. Al contrario, la frase va intesa come un annuncio di battaglia contro i riottosi, oltre che come promessa di un rinnovato impegno sui problemi in sospeso. E ce ne sono: dalla grana Imu al nodo dell’Iva, dalla questione del finanziamento ai partiti all’eterno mistero della legge elettorale. Proprio quest’ultimo punto diventerà cruciale entro un paio di mesi. Tutti coloro che guardano alle prossime elezioni – e magari le vedono non tanto lontane – hanno bisogno di una riforma in tempi certi. Ma quale? E con quale maggioranza? Dovranno per forza essere Pd e Pdl i contraenti dell’accordo, a costo di alimentare la polemica dei grillini. Nel merito, però, siamo ancora nel vago. C’è sul tavolo un’ipotesi di Luciano Violante, ma nessuno si èancora pronunciato con chiarezza. Tuttavia rifiutare il logoramento significa obbligare i partiti a uscire dal piccolo cabotaggio, dal gioco tattico a rimpiattino. È quello a cui dovrà obbligarli Letta. Poi, certo, ognuno si assumerà la proprie responsabilità.

Quanto a Berlusconi, è significativo che i capigruppo Schifani e Brunetta si siano presentati al Quirinale con spirito costruttivo, consapevoli che la stabilità e il rilancio del governo è il primo pensiero del capo dello Stato. Quanto al tema che sta veramente a cuore al Pdl, la cosiddetta «agibilità politica» di Berlusconi (traduzione: come permettere al leader di occuparsi di politica nonostante la condanna), non sembra che ci sia una soluzione a portata di mano. Ovviamente esclusa la grazia, pochi pensano che sia compito del capo dello Stato entrare in questa o quella interpretazione della legge Severino. Ofarsi coinvolgere oggi in altre forme nella vicenda.

Il Sole 24 Ore – 6 agosto 2013 

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