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Il punto di Stefano Folli. L’ambiguità della nuova e antica Forza Italia pone le premesse della scissione

di Stefano Folli. La ri-nascita di Forza Italia avviene nel segno di una straordinaria ambiguità e non ci vuole molta immaginazione per vedere che la scissione è dietro l’angolo. Lo stesso sostegno al governo Letta è pura retorica se la condizione è che l’ex premier non sia dichiarato decaduto dal Senato.

Ora Silvio Berlusconi ha di nuovo il suo partito personale e può pensare di aver sanato la ferita inferta dai “traditori” filo-governativi al suo dominio e al suo orgoglio. Ma non si è mai visto un partito che nasce dall’oggi al domani con l’assenza del vicepresidente del Consiglio e di un nutrito gruppo di ministri. Gli stessi che rappresentavano fino a ieri il Pdl nell’esecutivo e che oggi dovrebbero rappresentare la nuova, anzi antica sigla.

Quanto al «sostegno» garantito da Berlusconi a Enrico Letta, ieri non era possibile annunciare alcunché di diverso. È ancora vivo il ricordo del 2 ottobre, quando proprio l’ex premier si alzò dal suo scranno in Senato e, fra lo stupore di qualcuno fra i suoi, comunicò la decisione di votare la fiducia al governo.

Quel gesto poteva segnare l’inizio di una nuova fase di distensione e collaborazione all’interno delle “larghe intese”. Così lo intese Alfano con il gruppo dei “moderati” e tre settimane dopo né lui né i suoi amici hanno cambiato idea. Ha preso anzi corpo un cartello di 24 senatori che si sono detti pronti a sostenere il governo senza esitazioni, anche dopo la prevedibile esclusione di Berlusconi da Palazzo Madama.

Viceversa la ri-nascita di Forza Italia, soprattutto per il modo con cui è avvenuta, assomiglia a un estremo tentativo di proteggere il capo dagli esiti parlamentari della condanna giudiziaria. Tentativo legittimo, certo, e probabilmente c’è qualcosa di ingiusto in un meccanismo legislativo che non si limita a prendere atto della sentenza della magistratura e della conseguente decadenza, ma impone alla Camera di appartenenza di votare. E quindi di trasformare la presa d’atto in un giudizio politico.

Ma al punto in cui siamo giunti non è pensabile che Berlusconi possa restare in Parlamento. E dunque, a meno di un altro repentino colpo di scena, dobbiamo pensare che Forza Italia accompagnerà presto o tardi il suo leader nell’avventura dell’opposizione. A quel punto il gruppo di Alfano e quei 24 senatori avranno le mani libere per separare il loro destino da quello del padre-padrone.

Sarà un momento drammatico per la politica italiana, quello che chiude un’epoca. Ma ormai è la conclusione attesa di questo lungo addio. Fra l’altro, i 24 senatori potrebbero crescere di qualche unità in relazione alle scelte di Schifani, l’ex presidente del Senato anche lui assente ieri. Quel che va sottolineato è che questo manipolo di parlamentari garantisce la maggioranza a Letta anche nella Camera alta. Saranno larghe intese un po’ più strette, ma forse più coese e coerenti al loro interno. Più capaci di affrontare alcuni nodi urgenti, a cominciare dalla riforma elettorale su cui ancora ieri il capo dello Stato è tornato a insistere.

Quindi non si capisce bene il senso ultimo dell’operazione di Berlusconi. Non essendo in grado di mettere in crisi il governo, poiché un gruppo di senatori non seguirebbe sulla strada del caos istituzionale, la pistola di Forza Italia ha già le polveri bagnate. Certo, si tratta della riaffermazione orgogliosa di una leadership al tramonto. Ovvero di una testimonianza di estrema fedeltà da parte dei seguaci. Alle elezioni (quando saranno, cioè non tanto presto) la sigla potrà raccogliere il consenso dei nostalgici, pur fra mille tensioni. Ma è da dimostrare che il gioco vale la candela.

Il Sole 24 Ore – 26 ottobre 2013 

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