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Il rapporto della Corte dei conti. Tasse su lavoro e imprese, Italia ai primi posti nella Ue. Il numero di agevolazioni fiscali ha raggiunto quota 799 con una perdita di entrate di 313 miliardi

Troppe tasse su lavoro e imprese, troppo poche su consumi e redditi da capitale. Sempre più agevolazioni fiscali con una crescita esponenziale arrivata a quota 313 miliardi rispetto ai 254 del 2011 di mancato gettito. Entrate Iva che ci vedono fanalino di coda in Europa. Ma al primo posto in termini di evasione. Meno Stato nei servizi pubblici con più presenza del privato. Sistema pensionistico che può tenere «a patto» che ci sia la crescita.

Ecco l’Italia dei mille difetti e delle troppe incompiute descritta dalla Corte dei conti nel “Rapporto 2016 sul coordinamento della finanza pubblica”, presentato ieri al Senato alla presenza del presidente Pietro Grasso e del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan.

Un Paese ancora in mezzo al guado, quello che traspare dall’analisi della magistratura contabile. Con l’economia che «sembra uscita dalla fase recessiva», ma con una ripresa «ancora debole» e con «difficoltà a consolidarsi». E con tutte le incertezze che gravano sul 2016 legate anche per il rallentamento degli scambi internazionali, le «turbolenze dei mercati» e per i «diffusi timori» per le banche. Esattamente quanto ci racconta la congiuntura.

Ma è il sistema fiscale a destare le massime preoccupazioni. La tassazione in Italia si contraddistingue per la pressione fiscale elevata: a fine 2015 era pari al 43,3%, quattro punti oltre il livello medio nella Ue. A pesare è la distribuzione del prelievo, «decisamente superiore» sui redditi da lavoro e di impresa» rispetto a quello «sopportato dai consumi e dal capitale». Tradotto in numeri, significa che siamo al secondo posto nel prelievo sui redditi da lavoro con il 42,8%, quasi otto punti più della media Ue. E sui redditi di impresa siamo al terzo posto con una tassazione del 26%, oltre il 50% della media Ue. Persino su casa ed energia siamo tra i primi quattro. Sui consumi invece siamo al ventiduesimo posto. In coda.

L’imposizione sui consumi è condizionata dall’Iva i cui incassi non vanno oltre il 6% del Pil: il livello più basso fra i Paesi Ue. Tra i principali fattori un tasso medio del prelievo che si attesta al 15,5 per cento. Non solo. L’Italia sconta un tasso di evasione che nelle stesse stime del Mef (40 miliardi all’anno) è pari al 34% del gettito potenziale: «Più del doppio – scrive la Corte – di quello (15,2%) stimato per l’insieme dei Paesi Ue». Cosa fare? Per la magistratura contabile un intervento sulla struttura dell’Iva è «fattibile» e aiuterebbe a trovare le risorse necessarie per centrare il taglio dell’Ires nel 2017 e dell’Irpef nel 2018 (salvo giochi d’anticipo). Lo stesso intervento sull’Iva resterebbe nei confini della clausola di salvaguardia prevista anche per il 2016. Di più: provocherebbe meno distorsioni sull’economia e consentirebbe di non produrre nuovi stress a settori che già “hanno dato”, come le accise. Come intervenire allora? Con un profondo riassetto della base imponibile redistribuendo il prelievo tra l’aliquota ordinaria e quelle agevolate. Colpendo anche il fenomeno dell’erosione del tributo.

Proprio sul fenomeno del «vuoto di gettito» prodotto dalle agevolazioni fiscali ha posto l’accento la Corte dei conti. Le tax expenditures colpiscono l’intero sistema tributario e anziché essere in diminuzione e razionalizzazione, sono in continua crescita. Nel 2011 le agevolazioni fiscali erano 720 mentre oggi sono a quota 799 e in termini di erosione del gettito siamo arrivati a 313 miliardi contro i 254 miliardi di cinque anni fa. Un dato che smentisce un luogo comune: in Italia le agevolazioni fiscali valgono 8 punti di Pil contro i 7,5 degli Usa.

Ed ecco poi le due grandi incognite della spesa pubblica, le pensioni e la sanità. Le previsioni a lungo termine sulla spesa pensionistica, secondo la Corte, «segnalano un andamento rassicurante». Ma attenzione: non mancano i rischi. Uno su tutti: «Il sistema pensionistico è in equilibrio a patto che l’Italia torni, e da subito, anche se gradualmente, su un sentiero di crescita moderata».

Non esattamente favorevole anche il quadro dipinto per la sanità. La tensione sui conti resta: i risultati d’esercizio sono peggiorati nel 2015 con perdite per 1 miliardo, contro gli 87 milioni del 2014; anche se considerando le coperture nei conti economici – ma non ancora validate dall’Economia – si registrerebbe addirittura un avanzo di 360 milioni. Il fatto è che siamo sempre più indietro nella Ue per la spesa, con sempre meno posti letto, cresce la spesa privata degli italiani. E aumenta la rinuncia alle cure. Mentre andrebbe modificato e reso più equo il sistema dei ticket.

Insomma, tutti i limiti della Pa restano ancora senza reali soluzioni in prospettiva. E non a caso la Corte dei conti rilancia con forza la necessità di ridisegnare «il perimetro della Pa nei servizi di pubblica utilità». Il fenomeno delle partecipate con una galassia di 10.964 imprese è l’emblema della «ridondanza organizzativa» del sistema e di una spesa pubblica che sempre meno può garantirne la sostenibilità. E allora va ridisegnato «il modello di offerta dei servizi»: per avere più qualità, meno costi, un ridimensionamento degli erogatori, l’ingresso dei privati, se «compatibile con gli obiettivi», anche per attrarre investimenti e nuova governance. In poche parole, meno Stato, più privato. Ma con tutte le cautele del caso.

Marco Mobili e Roberto Turno – Il Sole 24 Ore – 23 marzo 2016 

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